RINALDO ARNALDI, IL GIOVANE GIUSTO

LA MEMORIA. Ne 1983 entrò nell´elenco delle persone onorate da Israele per aver salvato nel 1943 una famiglia di ebrei e averla portata in Svizzera. Morì l´anno dopo
Cent´anni fa nasceva a Dueville uno dei tre vicentini menzionati nello Yad Vashem a Gerusalemme dove si “rivive” il dolore della Shoa

I Giusti tra le Nazioni, onorati dal popolo d´Israele e dalla storia, furono i pochi che - differentemente dai non pochi attuatori materiali dell´Olocausto, dai molti collaboratori dei nazisti sterminatori e dalla massa di chi assisteva non volendo sapere - stettero dalla parte delle vittime. Non-ebrei che agirono secondo i più nobili principi di umanità rischiando le loro vite per salvare anche un solo ebreo: è la definizione, tratta dalla tradizione del Talmud ebraico, che li descrive a Yad Vashem, il memoriale della Shoah sulle colline di Gerusalemme.
A loro sono intitolati gli alberi di un commovente Giardino, simbolici carrubi che fruttificano per decenni. I loro nomi sono allineati su lapidi che sommano quasi 25 mila testimonianze di coraggio in tutta Europa: 563 sono italiani. Il dossier numero 2456 dei Giusti di Yad Vashem parla di Rinaldo Arnaldi. Era nato a Dueville nel 1914, cent´anni fa, figlio di un segretario comunale di cultura cattolico-liberale che con il fascismo andava poco d´accordo e che per questo veniva destinato in municipi periferici del Vicentino. Si era laureato in Economia a Venezia nel 1940, anno dell´entrata in guerra dell´Italia. Quando era stato firmato l´armistizio con gli Alleati (8 settembre 1943), era sottufficiale carrista, e anche lui era finito travolto nella dissoluzione dell´esercito.
rinaldo arnaldiArnaldi aveva però rifiutato sia la passività dell´attendismo sia l´adesione alla Repubblica sociale mussoliniana, schieratasi con i tedeschi occupanti del Centro-Nord. Fallito un tentativo di scendere al Sud e di passare le linee per raggiungere gli anglo-americani, già nell´autunno del ´43 era stato tra i primi a darsi alla macchia sopra Thiene.
Nell´inverno verso il 1944 aveva avviato l´inquadramento dei giovani che rifiutavano di tornare in divisa con i fascisti. Tra le prime azioni in clandestinità - con a fianco la sorella Mary, cent´anni fatti nel 2012, e insieme con il recoarese Gino Soldà alpinista già famoso - ci furono gli espatri lungo la via per la Svizzera. Oltre a militari italiani e alleati, Arnaldi condusse oltreconfine una famiglia di ebrei in cerca di scampo dalle retate di tedeschi e collaborazionisti italiani. A essere salvati furono Alexander, Oscar e Agnes Klein (lei incinta), scappati da Vienna e nascostisi fortunosamente fino a quel momento.
Per quest´ultimo episodio testimoniato da don Antonio Frigo, sacerdote che dal Seminario seguiva la piccola rete di assistenza legata alle parrocchie, quasi quarant´anni dopo, nel giugno 1983, Arnaldi fu riconosciuto Giusto tra le Nazioni. Per il suo ruolo-guida nella Resistenza della Pedemontana e per la morte in combattimento a fine estate del 1944, raccontati nel 1947 dalla sorella Mimma (“Rinaldo Arnaldi e la via della gloria”), gli era stata riconosciuta nel dopoguerra la medaglia d´oro.
Con l´obiettivo di dare sostanza e organizzazione ai gruppetti clandestini sparsi tra i colli di Fara e Lugo e i contrafforti dell´Altopiano, nella primavera del ´44 Arnaldi era stato uno dei fondatori della brigata Mazzini, in una riunione nell´allora Collegio Vescovile di Thiene. Il suo nome di battaglia era “Loris”: lo avrebbero assunto, dopo la sua morte, anche un altro importante capo partigiano, l´amico Giacomo Chilesotti poi ucciso alla vigilia della Liberazione, e una brigata partigiana attiva intorno a Dueville.
Questo l´epilogo delle breve e intensa attività resistenziale di Rinaldi. 6 settembre ´44: nel quadro di una serie di rastrellamenti anti-partigiani nell´area montana vicentina - in seguito a interruzioni stradali e danneggiamenti delle linee telefoniche ed elettriche - i tedeschi lanciano l´operazione “Hannover”. Vengono stretti a tenaglia gli accampamenti clandestini sul margine sud dell´Altopiano, dove ci sono più uomini che armi. Diversamente che in altre occasioni, i comandanti partigiani accettano lo scontro diretto, anche per proteggere la fuga dei meno esperti e dei non armati.
È una battaglia vera e propria, tra gli abeti del Bosco Nero dove la Barenthal sbuca nella piana di Granezza. Da una parte la Wehrmacht con il supporto dei fascisti della Brigata nera “Faggion” di Vicenza e della legione “Tagliamento” della Guardia repubblicana. Dall´altra qualche centinaio di giovani poco addestrati dei battaglioni “Sette Comuni” e “Testolin-Mazzini”. Forze impari e destino segnato: 22 sono i morti partigiani e inoltre vengono fucilati 14 autisti italiani disertori dall´organizzazione paramilitare Speer. Tra i caduti di quel giorno anche Rinaldo Arnaldi.

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