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PREGHIERA ALPINI «Ma la liturgia si deve evolvere nel tempo»

Lettere al Giornale

"Preghiere". Riti. Alpini. Labari. Bandiere. Tanti dicono la loro, ma povera liturgia! Ne fa sempre le spese. Spesso violata. A volte massacrata. Ma lei è forte. Si adatta a tutto ma nulla lei fa propria, ciò che non le appartiene. E non parlo di "difesa della liturgia" come se fosse un animale da zoo (in parte lo è ... quanto arduo è celebrare, stare davanti al Signore!) o come se fosse una reliquia da museo da ammirare o una pratica devozionale da sbrigare. No. La liturgia, per dirla con R. Guardini è una (la) forma della realtà. I riti in quanto simbolo, sono molto di più di un contenitore nel quale si mette dentro quest'anno questo, il prossimo quest'altro, cinquant'anni fa altro ancora. I "contenuti" immessi nel rito necessitano calibratura e adeguamento al canovaccio liturgico: nello spazio sacro le regole sono dettate né da una associazione, né dal prete, né dai fedeli ma dalla liturgia stessa. "E qui comando io, e questa e casa mia". Nell'azione rituale prima di tutto c'è il Kyrios, assieme all'uomo-popolo con l'Ordo, l'ordine, la pulizia, lo spazio, il gesto, il colore, il suono, l'armonia. Orbene: non ci sono solo gli alpini. Potremmo dire anche della fascia tricolore delle autorità civili, le divise istituzionali, le mute delle associazioni sportive, le camice, i foulard e i pantaloncini corti degli scout. Come ci si veste nel rito? Ricordo un abate che dal pulpito anni fa disse: a messa non si va con la tuta da ginnastica! E soprattutto: come sta il linguaggio liturgico? Quali testi-parole (fuori dall'Ordo) vengono usati per pregare? Ricordiamolo: "si prega" e non "si dicono le preghiere". Pregare è un'azione, non una descrizione, una oggettivazione. Non solo è da verificare l'opportunità dell'orazione dell'alpino: anche altri passaggi vanno ben studiati e pensati. Così l'amen non può concludere un testo umano, men che meno una lettera. La liturgia va con la cultura. Si evolve. C'è la Tradizione (con la T maiuscola), c'è il tradizionalismo o le piccole tradizioni che sono del momento e con il tempo si possono perdere. Anch'io son stato alpino (senza guerra) ma grazie a Dio un po' di liturgia ho studiato. Ha ragione don Maurizio: si cambia. Il prete ha scritto anche che la Chiesa a volte sbaglia. Perché prendersela tanto con il don? Mi sembra il suo uno sforzo sincero per ripulire e migliorare il gesto rituale oggi, per consegnare ai fedeli e a Dio il meglio del nostro operare. Ne è passata acqua sotto i ponti: dall'essere cristiani solo dopo aver rifiutato le armi, fino ad arrivare all'impero (romano) cristiano tout-court. A oggi, dove si cerca di mettere in opera il vento del concilio Vaticano II°, interpretando continuamente il dato liturgico per tradurlo ai/con i fedeli nel miglior modo possibile. Nell'azione liturgica deve apparire la verità universale dell'uomo, di tutti gli uomini. Chiediamoci: se mi vesto da scout, mi presento a Dio come esploratore o come "Antonio"? Se in chiesa porto il cappello alpino, presento a Dio che cosa, il mio essere persona o la mia professione o il mio ruolo? E se domani quella divisa lì non ci fosse più? La bandiera è contingente, l'esser persona Antonio, questo rimane. Un detto ebraico dice: quando sarai nell'aldilà Dio non ti chiederà se sei stato Mosè o Abramo (io aggiungo scout o alpino o sindaco-assessore). Ti chiederà se sei stato "Antonio".

Sergio Benetti

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