Minerali e Omega 3 Disintossicarsi con "pissacan" e cicoria

ERBETTE SPONTANEE. In primavera germogliano nei campi e in collina

Tante le piante selvatiche edibili  che possono arricchire la cucina

Segnano l'arrivo della primavera, l'allungarsi delle giornate, la voglia di passeggiate in collina. Sono le erbette spontanee, buonissime da gustare appena raccolte, vero e proprio concentrato di principi attivi benefici per il copro, dai minerali, alle vitamine agli antiossidanti. Elisir di lunga vita e un piacere per il palato.Proviamo a selezionarne alcune e capiamo come cucinarle, dall'antipasto al dolce per un menu vegetariano tutto colore, sapore e profumi.Ortica. La si trova ovunque. Selezionare le cimette più tenere e croccanti, è perfetta per risotti (metà cotta col soffritto e l'altra a metà cottura del riso), ma anche per zuppe e frittate, il gusto è aromatico. Raccoglierla con i guanti.Taràssaco (o pissacàn). Dal gusto amarognolo, ha proprietà depurative, se colto appena spuntato può essere mangiato crudo in insalata, altrimenti lessato e saltato in padella con uno spicchio d'aglio e mangiato in abbinata alle uova sode. I fiori gialli possono essere fritti, i boccioli lessati un minuto in acqua e aceto e messi sotto olio da consumare con gli affettati.Bruscandoli. Appartengono alla famiglia delle cannabaceae, ma non hanno l'effetto della marjiuana. Si tratta di rovi che crescono lungo i sentieri e nei boschi. Si raccoglie solo la punta per una lunghezza di 15 centimetri. Aromatici, leggermente amarognoli, ottimi nelle frittate, nel risotto o lessati 5 minuti e conditi con olio e limone.Artemisia o erba madre. È una pianta spontanea perenne (quindi dove l'avete raccolta un anno la troverete sempre), può arrivare a oltre un metro di altezza, con foglie frastagliate verde cupo. Ha un profumo fortemente aromatico e sapore amaro. Ideale per un dolce tipico vicentino, la maresina, con proprietà depurative ed epatiche.Carota selvatica. Presente in luoghi pietrosi, dove si trova è a distesa, la parte verde è uguale (solo più piccola) della carota tradizionale, la radice invece è piccola e bianca. Si può mangiare cruda in insalata (dolce e gustosa), altrimenti aggiunta a zuppe.Cicoria. Pianta comune in campagna con fiori celesti bellissimi. Ha proprietà disntossicanti, stimola reni e digestione. Assieme al germoglio si può mangiare cotta o cruda. Con le radici, sminuzzate e cotte in forno a 90° un'ora e mezzo, si ottiene una miscela per un caffè senza caffeina.Portulaca. Pianta selvatica dalle foglie carnose, cresce in zone umide e poco luminose. Utilizzare la parte più giovane della pianta, cotta o cruda in insalata. Ha un gusto acidulo e gentile. È l'erbetta con la maggior concentrazione di Omega 3.

IL TARASSACO

In un ciuffo d'erba la nostalgia di casa e delle tradizioni

Mario Rigoni Stern

"Nella pausa di mezzogiorno ci sdraiammo al sole. Camminando avevo raccolto una brancata di foglie fresche di tarassaco che misi in tasca. Pensavo al Lunedì dell'Angelo e all'usanza di mangiare le uova sode sotto gli ulivi e i ciliegi tra le colline attorno a Bassano e Marostica, e così incominciai a mangiare il mio pranzo". Pasqua del 1944, lager della Masuria, in Polonia. Si aggrappava anche a una manciata d'erba Mario Rigoni Stern, come spiega nel racconto "Aspettando l'alba", per rinverdire la memoria della casa lontana, del suo Altopiano. E non poteva che essere un ciuffo di foglie di tarassaco, la diffusissima erba spontanea che nel Vicentino è conosciuta soprattutto con il nome, non propriamente altisonante, di pissacàn, che richiama forse le proprietà diuretiche e depurative delle sue foglie. Ma la pianta ha molte altre denominazioni dialettali, come brusaòcio, petabróde, radichèle, radicio da canpo, radicio de pra, salata de canpo, e tantissime ancora praticamente in tutte le parti d'Italia, a partire dal nome, quello sì nobile, di "dente di leone". Un profluvio di etichette a testimonianza del fatto che, almeno dalle nostre parti, il pissacàn è l'erba spontanea più nota e ricercata. Lo afferma pure il Gruppo di ricerca sulla civiltà rurale, coordinato dal compianto Terenzio Sartore, che nel 1998 diede alle stampa il pregevole volume "L'alimentazione nella tradizione vicentina", edito dall'Accademia Olimpica e dalla Biblioteca internazionale "La Vigna". "La loro preparazione è laboriosa - avverte il libro alla voce "Pissacàn", nella sezione dedicata alle erbe spontanee - non tanto nella raccolta, quanto nella pulitura (vanno lavati almeno quattro - cinque volte)". Si consumano cotti, crudi vanno bene solo quelli teneri di montagna. "Sono stati in passato la prima verdura fresca - si legge ancora - e il primo alimento dell'anno offerto dalla natura, talvolta un vero rimedio contro la fame". Il sapore è amaro e ci si ingegnava per ingentilirlo: "Che fatica, che fantasia, che esperimenti e che invenzioni - afferma lo stesso Rigoni Stern nel volume del Gruppo di ricerca - specialmente quando povertà, carestie, guerre avevano modo di intervenire pesantemente, modificando, imponendo e provocando mille idee per rendere il cibo più gradevole o almeno accettabile". È senz'altro vero per il tarassaco. Che ora, naturalmente, da alimento povero sta diventando pietanza di culto. Sempre meno persone si prendono il tempo per seguire quella lunga preparazione, così si cercano i locali che lo mettono nel menu. Anche se pochi lo indicano con il nome più conosciuto. Per quanti non lo gustano da tempo può richiamare alla mente le ormai rare distese di fiori gialli (ancora Rigoni Stern: "Esplose la primavera con sole splendido e caldo, e i prati intorno furono tutti gialli per la fioritura del tarassaco", in "Uomini, boschi e api"), e la meraviglia del bambino davanti al soffione fatto di semi e di tanti piccoli "paracadute".

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