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Le comari son sposote

La regia di Marco Artusi per uno Shakespeare alla veneta

C´è poco da stare allegri
Windsor è a Nordest tra dialetto, prosecco e un tragico Falstaff

La rassegna estiva “That´s not all folks!” ha centrato un bersaglio non facile, proponendo una lodevole rilettura della commedia shakespeariana “Le comari di Windsor”. Svoltasi per ovvie ragioni climatiche al teatro Busnelli anziché, come inizialmente previsto, al Giardino Magico, “Le allegre sposote di Windsor” incarna un´operazione riuscita, merito della partnership tra la compagnia Matàz Teatro e Dedalofurioso. La riscrittura del testo di Andrea Pennacchi per la regia di Marco Artusi cattura un pubblico di fedelissimi che, per le quasi due ore dello spettacolo, ride e applaude di gusto immerso in quella mistura di concentrazione e svagatezza che solo il miglior teatro sa evocare.
La vicenda originale viene stravolta e semplificata in maniera brillante e funzionale: siamo sempre a Windsor ma si respira l´aria contaminata dagli scarichi industriali di quell´italianissimo Nordest periferico, operoso ma alienato, in cui gli “schei” sono il fine ultimo di ogni umano agire e l´appellativo più battuto per indicare persone un poco ottuse è il classico “mona”. Protagonista della storia è il maresciallo dell´esercito in esilio John Falstaff (lo stesso Artusi), arrampicatore sociale caduto in disgrazia e deciso a racimolare un bel gruzzolo di denaro seducendo le due mogli degli imprenditori più benestanti della cittadina. Il ritrovo prediletto del Nostro è il bar di Anna (Beatrice Niero), procace gestore di origini est-europee segnata dagli orrori della guerra e pronta a tutto pur di riscattare il suo passato di immigrata attraverso una rapida ascesa economica. I ruoli delle mogli e dei rispettivi mariti sono affidati all´irresistibile bravura di Evarossella Biolo e Francesca Botti, le quali conferiscono ai personaggi la disarmante aderenza con una tipologia di veneto che da un lato provoca il sorriso e dall´altro meriterebbe più di una riflessione preoccupata.
La vita, a Windsor, si trascina infatti in squallidi locali dove avventori poco istruiti se non nell´esercizio del dialetto locale affogano la frustrazione per un mondo che non riescono a capire ingurgitando litri di prosecco dozzinale. Le tradizionali “chiacchiere da bar” includono ovviamente commenti sessisti, la glorificazione dei luoghi comuni e una marcata vena razzista giustificata dalla certezza che “gli extracomunitari sono qui per rubarci il lavoro”.
Al centro di questo panorama desolante la figura di Falstaff assume i connotati del tragico, poiché egli è convinto della propria superiorità ed escogita furbizie facilmente smascherabili ai danni di quelle donne che finiranno per dimostrasi più smaliziate di lui. La vanità di Falstaff è la corazza per proteggere la propria debolezza, quella delle comari Page e Ford invece, può contare sull´inscalfibilità di chi si ignora totalmente e diviene così inattaccabile in virtù della propria mancanza di comprensione della realtà. Eppure, nonostante l´esposizione di una monotonia esistenziale tipica di tutte le province del mondo, “Le allegre sposote di Windsor” cattura il pubblico impugnando l´arma di una crudele leggerezza, licenziata con cuore e professionalità da quattro attori equamente lodevoli sotto il profilo interpretativo.

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