Indagini corrette, carabinieri assolti

VENEZIA. La Corte d'Appello ribalta il verdetto colpevolista del tribunale di Vicenza e proscioglie quattro militari della stazione di Dueville

Prevale la tesi dell'avvocato Cesare Dal Maso per il quale «eseguirono gli ordini di servizio in materia antidroga e non avevano violato le normative»

VENEZIA Vedere dei carabinieri con gli occhi rossi dalla commozione non succede tutti i giorni. Ma quando il presidente della Corte d'Appello di Venezia pronuncia la parola «assoluzione perché il fatto non costituisce reato», i quattro carabinieri Fabrizio Belmonte e Giampiero Minotti, entrambi di 34 anni, Giampiero Di Risio di 38 e Roberto Tesse di 37, si abbracciano finalmente contenti. Sei anni di sofferenze, a questo punto ingiusti, perché accusati di avere eseguito perquisizioni illegali e di avere sottoscritto un paio di verbali falsi nell'ambito di operazioni contro lo spaccio di droga, vengono spazzati via. I quattro stringono forte la mano ai loro avvocati Cesare Dal Maso e Michela Betto che sono sempre stati convinti della loro innocenza. Adesso lo sono anche i giudici di secondo grado, per i quali il comportamento dei tutori dell'ordine è stato corretto perché non ha violato la legge e, così, i carabinieri possono uscire dall'aula a testa finalmente alta.Crolla, almeno per questo filone, il castello di accuse formulato dalla Procura di Vicenza che a partire dal 2010 aveva avviato una delicatissima inchiesta nei confronti di dodici carabinieri, praticamente l'intera stazione di Dueville, sospettati di essere un covo di tutori dell'ordine infedeli. Una storiaccia. Se questo verdetto avrà ripercussioni anche nei confronti degli altri carabinieri, tra cui il comandante della stazione dell'epoca, maresciallo Giuliano Forlano, 47 anni, e i colleghi sottufficiali Francesco Franzese e Paolo Speciale, entrambi di 46 anni, ancora a processo davanti al tribunale, è presto per dirlo. Bisognerà attendere le motivazioni, ma non c'è dubbio che i magistrati berici dovranno tenerne conto dell'orientamento dei colleghi d'appello.«Lavoriamo sulla strada per salvaguardare i cittadini e perché crediamo nel nostro compito istituzionale, respingiamo con forza ciò di cui siamo accusati, siamo sempre stati leali», ripetono con voce lievemente increspata dalla tensione, per tutti questi anni vissuti su un banco che non è il loro, e su cui di solito c'è chi combattono - spacciatori, ladri e rapinatori -, i quattro prendendo la parola poco prima che la Corte si ritiri intorno alle 10.30 di ieri. Mezz'ora dopo il verdetto tanto atteso, per una vicenda complessa sotto l'aspetto giuridico, quando i carabinieri di Dueville arrestarono per droga un paio di immigrati. Costoro, accusati di spaccio, raccontarono una verità in parte diversa e scattò l'inchiesta della Procura. Del resto, nessuno nello Stato di diritto può essere immune dal riscontro di legalità.Il magistrato ipotizzava che nel corso delle indagini sarebbero stati utilizzati confidenti in modo illecito. I carabinieri, dunque, avrebbero forzato le regole in tre indagini contro lo spaccio. Finirono nella bufera i vertici della stazione di Dueville, a partire dai marescialli Forlano, Franzese e Speciale, e i loro sottoposti. Le gente del paese è sempre stata con i carabinieri. Al comando provinciale dell'Arma di Vicenza l'inchiesta è stata vissuta con comprensibile imbarazzo, ma confidando con animo sereno sul giudizio dell'aula. Anche dopo che nel maggio 2014 il gup con rito abbreviato aveva condannato tre dei quattro militari. Ieri, da Venezia, è arrivato un potente squillo di legalità. I carabinieri di Dueville non sono stati infedeli.

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