Il Veneto villico diffida dell´Italia

PROSA. Torna “La politica dei villani” di Pittarini nella bella versione dell´ Ensemble di Giglio

E diventa capolavoro teatrale
Già cavallo di battaglia ad Arsiero consegnato alle nuove generazioni

Adesso c´è pure un film – “Il Leone di vetro” – che ci riporta al 1866, cioè al referendum per l´annessione del Veneto al Regno d´Italia, riaccendendo un dibattito mai sopito su quelle circostanze (chiedete allo storico Ettore Beggiato e ne sentirete delle belle).
Ma, in chiave teatrale, la questione l´aveva sollevata Domenico Pittarini già nel 1870 stampando in Vicenza “La politica dei villani”, straordinario testo che oggi definiremmo un “instant book” e che dava voce al carico d´incognite e diffidenza con cui la popolazione nostrana – quella contadina, nella fattispecie – aveva accolto il nascere d´uno Stato unitario prontissimo a presentare il conto sotto forma di tasse e coscrizione obbligatoria.
Centoquarantaquattro anni dopo, sappiamo com´è andata a finire. Anzi, come non è andata a finire: il disagio di quei “villani” nei confronti della nazione chiamata Italia permane in una consistente fetta di società e ha trovato in una “politica” che reclama autonomia, autogoverno o federalismo la propria bandiera. Mentre, dall´altra parte, si censura ogni tentazione separatista ribadendo la coesione necessaria al Paese nella competizione del mondo globalizzato.
Tornando ad allora, al Pittarini poeta-farmacista incapace di farsi pagare le medicine dai poveri clienti delle sue contrade rurali, patriota incarcerato, emigrante per debiti in Argentina, è giusto conservarne il ricordo di spirito libero e liberale, generoso nel documentare anche le istanze degli ultimi.
Istanze critiche, disorientate, come raccontano queste memorabili “scene rusticane” ambientate in “un villaggio del Vicentino” nel febbraio del 1868 e parlate in una (splendida) lingua che sì, dovrebbe essere quella in uso nelle contrade tra Breganze, Marostica e Sandrigo, ma potrebbe pure celare qualche sopraffino intervento di elaborazione letteraria per creare uno slang agreste ancora “più vero del vero”. Allo stesso modo in cui agì, come sembra, il cinquecentesco Ruzante, palese modello di riferimento.
Nei suoi 1032 versi in senari doppi (o dodecasillabi, come preferite) a rime baciate, “La politica dei villani” mette al centro Bas´cian e la moglie Andola, il loro figlio Bepi che torna da soldato, l´amico di famiglia Zelipo, il sindaco del paese e l´infido “cursore” (postino) comunale che ancora rimpiange l´Austria. Alla matura coppia e al compare, emblemi di chi è da sempre obbligato al lavoro dei campi, Pittarini affida la testimonianza di quel confuso grumo di opinioni e sentimenti che il nuovo ordine costituito produce nella gente tra ansie e paure, tenuissime speranze in un domani migliore e solide certezze circa le difficoltà dei tempi. E mentre non mancano, nei dialoghi, frecciate dirette a quei preti che spargono ulteriore zizzania, toccherà al giovane sindaco spiegare, con un civile richiamo al buonsenso, la necessità di avere fiducia nel neonato governo centrale.
Di questa autentica lezione di storia, dove ogni punto di vista è colto con l´esattezza del capolavoro, per decenni fece il proprio cavallo di battaglia il Piccolo Teatro Città di Arsiero capitanato da Angelin Busato. E c´era il bisogno, ora, di chi riprendesse il discorso, per consegnarlo alle nuove generazioni. Bene: l´impresa se l´è assunta quell´Ensemble Vicenza cui si deve, di recente, anche la rivisitazione dell´altro gioiello del Pittarini, ovvero “Le elezioni comunali in villa”.Nell´adattamento e nella regia orchestrati da Roberto Giglio, si avverte ed è apprezzabile la presa di distanza dalla tradizione precedente, non soltanto per via delle giudiziose licenze rispetto al copione originario (qui secondo l´edizione curata nel 1960 da Fernando Bandini presso Neri Pozza), ma anche per l´evidente intento di sottrarsi alle trappole del folclore e spargendo invece, qua e là, certi segnali legati al fare contemporaneo.
Vedi l´installazione scenografica d´una rete che simbolicamente imprigiona i personaggi al loro status, vedi quel tricolore nel cui centro non appare lo scudo sabaudo d´epoca, come a sottolineare l´affinità tra l´Italia d´antan e quella odierna. E vedi l´accenno finale a “Ho visto un re” di Fo-Jannacci: non così lontano, nella sua amara ironia, dal “despò saèmo che i prete xe prete, / che i siuri xe siuri e nantri, Bas´cian / sem mone pì grande del Monte Suman” che intercala e sigilla la commedia.
La robusta espressività di Claudio Manuzzato, i guizzi comici di Igi Meggiorin, il grintoso controcanto femminile di Irma Sinico, il nero tramare di Roberto Giglio, la confortante serenità di Franco Zamberlan e il fresco entusiasmo di Andrea Pilotto sono i colori d´attore che l´Ensemble mette in campo per animare i due atti, restituendone l´intatto valore memorialistico e poetico. Applausi meritati, perciò, al debutto dell´altra sera al Busnelli.

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