Il lavoro in nero cancella l´espulsione

DUEVILLE. Il Consiglio di Stato accoglie il ricorso di un magrebino che faceva il collaboratore domestico e che era ricorso alla sanatoria

Il prefetto e il Tar gli avevano dato torto, ma i giudici amministrativi di Roma ribaltano il verdetto regolarizzando la sua posizione

Non dovrà lasciare l´Italia perché è stato “graziato” dal Consiglio di Stato. L´espulsione perché clandestino, inflittagli dal giudice di pace di Thiene come pena sostitutiva all´ammenda, viene annullata perché era stata sanata dalla richiesta di regolarizzazione del rapporto di lavoro subordinato.
I supremi giudici amministrativi con la prima sentenza di questo genere, destinata a far da battistrada ad altre, hanno accolto il ricorso del magrebino Bhraim Khallaouqi di 24 anni, che prima dal prefetto di Vicenza, quindi dal tribunale amministrativo di Venezia, si era visto respingere la domanda di potere rimanere in Italia come lavoratore regolare, dopo avere presentato la domanda in sanatoria in base al decreto legislativo del 2012 del governo Monti.

«È stata una battaglia legale, ma alla fine l´abbiamo spuntata per una questione di diritto», spiega l´avvocata Chiara Bellini, che con la collega Marta Zocche ha ingaggiato un braccio di ferro che si è concluso pochi giorni fa con il verdetto del collegio presieduto da Pier Giorgio Lignani (estensore Massimiliano Noccelli).
Pare che l´africano lavorasse in nero come domestico nella zona di Thiene da qualche anno pur essendo entrato in Italia clandestinamente. Una situazione, la sua, abbastanza diffusa come testimoniato dalle reiterate sanatorie sfornate in quegli anni per regolarizzare quanti vivevano nel nostro Paese, lavorando, ma privi di garanzie.
Prima però che il decreto legislativo fosse emanato e che Khallaouqi presentasse la domanda, era stato controllato e segnalato perché irregolare. Il giudice lo aveva condannato, sostituendo l´ammenda con l´espulsione dal territorio nazionale.
Quando perché i legali Bellini e Zocche hanno depositato la richiesta di sanatoria, dapprima la prefettura, quindi il Tar, hanno dato responso negativo. «L´eventuale accoglimento dell´istanza - scrive il giudice amministrativo di primo grado - avrebbe comportato la cessazione degli effetti di una sentenza penale, nonostante la mancanza di una espressa previsione di legge».
Il Consiglio di Stato, invece, sostiene che il Tar ha sbagliato perché l´espulsione ordinata dal giudice di pace quale misura sostitutiva all´ammenda «si configura come una misura amministrativa». Mentre le ipotesi previste dalla legge per negare la sanatoria riguardano stranieri condannati per reati gravi, come ad esempio per terrorismo, oppure quelli per i quali è previsto l´arresto obbligatorio in flagranza di reato, che impediscono la regolarizzazione della posizione lavorativa per «specifiche ragioni connesse alla tutela dell´ordine pubblico o per la commissione di reati particolarmente gravi, alle quali la legge connette una presunzione di pericolosità dello straniero».
La sottolineatura del Tar che l´accoglimento della domanda di Khallouqi avrebbe fatto venire meno gli effetti penali del verdetto del giudice, per il Consiglio di Stato è infondata perché la legge invocata dallo straniero riguardava proprio la possibilità di sanare la propria condizione di colandestinità. Una condizione che di per sè non è grave ed è ben lontana, come hanno sostenuto le avvocate Bellini e Zocche, dallo spirito della legge in questione. Perché la Cassazione ha stabilito che l´ingresso e il soggiorno illegale dello straniero in Italia è una contravvenzione punita solo con l´ammenda e il suo «disvalore sociale è tenue».

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