IL FIC0

Offerto dai contadini a chi andava a Monte
Ne era ghiotto Carlo V

Alle 4 del mattino erano già davanti alla porta della basilica di Monte Berico. Nella sporta avevano i fighi, quelli della seconda maturazione di fine estate, dolci e succosi. Era l'8 settembre e i contadini, davanti alla basilica o al mercato di Campo Marzo, vendevano i fighi ai pellegrini che andavano "a Monte". Arrivavano da tutta la provincia, ma soprattutto dalle colline di Creazzo perché la varietà locale dava frutti (che poi botanicamente sono in realtà infiorescenze) piccoli e particolarmente gustosi. Era così radicata, la tradizione, che il Comune di Creazzo è riuscito qualche anno fa a ottenere il marchio De.Co. per il suo fico, detto figo de la resta. L'origine dell'espressione non è chiarissima. Secondo Francesco Soletti, i fichi venivano legati insieme a formare una treccia in modo da essere essiccati al sole. Resta, quindi, andrebbe inteso nel senso di filza. Secondo un'altra interpretazione, la resta è il nome dialettale della spiga, che quando è matura si apre per far uscire i chicchi. Allo stesso modo anche il fico tende ad aprirsi, quando è giunto a maturazione. Ad ogni modo, era diffusissimo nelle campagne e consumato in gran quantità, specie con la polenta, ma veniva preparato anche un pan de fighi che si può considerare l'antesignano del pane con l'uvetta. Senza dimenticare che il fico è ingrediente irrinunciabile della tradizionale torta di pane, nome gentile per chi non vuole utilizzare quello vero, la putana.Alimento comunque parte della cucina povera, tant'è vero che l'espressione "fare le nozze con i fichi secchi" indica un'iniziativa portata avanti con risorse inadeguate, così come in "non me ne importa un fico (secco)" è sinonimo di cosa da poco o nulla. Eppure ha avuto estimatori d'alto rango, addirittura imperatori: come Carlo V d'Asburgo (sul cui regno non tramontava mai il sole, da quanto era esteso), che nell'autunno del 1532 di rientro dall'Austria passò per il Friuli e raggiunse il Vicentino, soggiornando a Montecchio Maggiore ospite della potente famiglia Gualdo. Fu onorato con ogni bendidio, e lui non si faceva certo pregare quando si trattava di mettersi a tavola. Nel brolo di villa Gualdo venne addirittura organizzata una caccia alla lepre: durante una sosta Carlo V adocchiò un albero di fichi carico di frutti maturi, ne divorò lì per lì una decina e si fece dare anche tutti gli altri, per mangiarli in seguito. Di buongustai del genere non ce ne sono più e il fico è ormai sempre più trascurato, nonostante coraggiosi tentativi - specie appunto a Creazzo - di valorizzarlo. Ma c'è sempre tempo per provarci ancora.

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