Giusto Brotto: mille chilometri per fuggire dalla prigionia

DUEVILLE. Il sergente di fanteria Giusto Brotto di 103 anni racconta con mente lucida il suo travagliato ritorno in Italia dopo essere stato catturato l'8 settembre 1943
«I tedeschi ci spararono addosso appena arrivati alla caserma Cella di Schio e mi salvai per miracolo Poi fui deportato in Germania»

Ha resistito alla guerra, alle angherie naziste, al lager, alla fame. Nemmeno lo scorrere del tempo è riuscito a fermare Giusto Brotto, fante duevillese che pochi giorni fa ha compiuto 103 anni. Nato a Sandrigo il 17 agosto 1915 e arrivato in via Tre Scalini a Vivaro di Dueville all'età di 20 anni, dove ha fondato la propria azienda agricola, dopo l'arruolamento fu inviato al 57° Reggimento di Fanteria della Divisione Vicenza dove ottenne il grado di sergente. L'8 settembre 1943, giorno dell'armistizio, mentre era nella caserma Cella di Schio un mezzo blindato tedesco irruppe nel cortile e aprì il fuoco contro i soldati italiani. «La mitragliatrice iniziò a sparare e un colpo mi colpì di striscio al braccio. Non avevamo ancora capito cosa stesse succedendo per via dell'armistizio, perciò ci arrendemmo», ricorda il fante. «Cinque giorni dopo venni caricato sul treno con altri italiani, rastrellati in varie caserme del Vicentino e del Padovano, per raggiungere il campo di prigionia di Neubrandenburg in Germania, a oltre mille chilometri dalla sua Dueville. Mi nominarono capo baracca, responsabile di 500 prigionieri: ci chiesero di tornare in Italia per combattere per la Repubblica di Salò, ma io mi rifiutati perché non volevo alzare il fucile contro i miei fratelli italiani». Da internato lavorò anche in falegnameria dove, a causa di una scheggia, perse la vista dall'occhio destro. «Non ci davano praticamente cibo e avevamo sempre fame. Una volta presi delle bucce di patate che erano state gettate via, per mangiarle, ma i tedeschi mi videro e mi picchiarono. Erano giorni difficili, ma io pensavo alla mia famiglia e alla mia Dueville», racconta mostrando una scatola in legno intarsiata durante la prigionia e sulla cui parte superiore intagliò la propria casa di Vivaro. «La costruivo di notte con gli scarti della falegnameria, al buio perché non dovevo farmi scoprire. Mi aiutava ad andare avanti come la preghiera e la fede nella Madonna di Monte Berico». Al termine della guerra venne finalmente liberato dai russi, potendo così rientrare a casa dopo un lungo viaggio. «Quando arrivai a Dueville pesavo appena 37 chili», ricorda. Tornato ai suoi campi, Brotto riprese la vita da agricoltore. Negli anni '60 fu anche vicesindaco del paese e dagli anni '50 agli anni '80 ricoprì varie cariche in Coldiretti come quella di presidente di zona, consigliere provinciale e presidente della Cassa Mutua. Tra i riconoscimenti ottenuti figura anche il titolo di cavaliere del lavoro.

Tagged under: cittadini illustri

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.