«Buster Keaton, per lui ridere una cosa seria»

Lettere al giornale

"Mi è stato spesso chiesto perché mantengo nei miei film questa espressione particolarmente seria. La spiegazione è molto semplice...Quando un comico comincia a ridere sullo schermo è come se dicesse al pubblico di non prenderlo sul serio...Di fatto non riuscirà a far ridere...più sarà serio in questo e più risulterà divertente". Queste le parole del grande artista americano Joseph Francis Keaton (Kansas 1895) di cui in questi giorni ricorre il cinquatenario della morte. Questo dire esalta uno dei tratti più significativi del geniale interprete del cinema muto e in b/n: l'impassibilità, la serietà, l'immutabilità quasi stoica riguardo un'esistenza che pretende di tenere una linea retta mentre tutto attorno crolla. Questa dignitosa imperturbabilità priva di ogni sconvolgimento emotivo è al tempo stesso tragica, ironica e quindi assurda. Keaton, il comico che non ride mai. E questo essere seri ha qualcosa di metafisico, di cristico, di mistico.

Non a caso le gag di Buster (rompicollo ma significa anche fenomeno), vogliono rivelare un senso della realtà, un certo senso della realtà: l'impossibilità dell'uomo di dominare gli eventi della vita, continuamente costretto a lottare in una posizione di costante svantaggio. Il suo immobile viso chiamato great stone face (gran faccia di pietra), sguardo triste e angosciato da tutti i misteri nascosti della vita, è simile ad uno sfondo sempre uguale dove succede di tutto. Il contrasto tra immobilità del viso contro le situazioni in cui egli si muove e che egli stesso determina, è la stessa immobilità contro l'estrema mobilità del corpo. Buster Keaton, tra interpretazione e regia, realizzò circa 130 film (molti andarono persi o distrutti): 15 film senza sonoro, 19 cortometraggi, 12 lungometraggi, 77 film del periodo sonoro, 14 apparizioni in TV. Come spesso accade i titoli dicono la sostanza e rappresentano il "testo" dell'opera. Ne citiamo alcuni: La casa tempestosa (1917), Chiaro di luna (1918), Un eroe nel deserto (1919), Retroscena (1919), Lo scacco (1920), Fortuna avversa (1921), Il capro espiatorio (1921), Il viso pallido (1921), Sogni ad occhi aperti (1922), Le 7 probabilità (1925), The general (Come vinsi la guerra) (1926), Se perdo la pazienza (1926), Go west (Io e la vacca) (1925), College (Tuo per sempre) (1927), Steamboat Bill jr (Io e il ciclone) (1928), The cameramen (Io e la scimmia) (1928), Chi non cerca...trova (1930), Chi la dura la vince (1932), Il giovane timido (1935), Luci alla ribalta (di Charlie Chaplin) (1952). Da segnalare una sua interpretazione in Film di Samuel Beckett del 1965 e una apparizione in Due marines e un generale (1965) film con Franchi e Ingrassia. Le opere di Keaton sono generalmente caratterizzate da una struttura ripetitiva con un'articolazione narrativa consequenziale di 4 momenti distinti: 1) l'equivoco di partenza, 2) la progressione dell'instabilità, 3) la tensione verso l'apocalisse, 4) la risoluzione finale. Tutte le scene sono sempre accompagnate da cadute acrobatiche, da prometeiche imprese e peripezie e le doti da funambolo del rompicollo dicono una casualità che si trasforma in causalità degli eventi di vita, intrecciati quest'ultimi da umane epifanie e capovolgimenti apocalittici, catena ininterrotta di segni che possono solo essere vissuti mai spiegati. Keaton è come l'idiota che non nulla conosce e vede tutto per la prima volta, perciò trova tutto naturale. Ritmo e movimento sono i caratteri del suo modo di fare cinema: l'azione del gag si interseca e si fonde col movimento fisico. L'acrobazia diventa il presupposto paradossale della comicità: abbandona ogni compiacimento ginnico-muscolare per farsi espressione, comunicazione, forma mimica pura. Il personaggio Keaton è in balia sempre di forze che non sa né comprendere né controllare. Una nevrosi, un'alienazione che si può solo accettare: la natura profonda del reale è il caos.Ma il cinema di Keaton è anche l'anticipazione del cinema moderno. In La palla n. 13, il protagonista entra ed esce dallo schermo di un cinema, interagendo con le immagini proiettate; in The cameramen, Buster è un maldestro cineoperatore che ricompone la realtà con un occhio cubista. In Film, Keaton è pedinato dalla macchina da presa (o dalla morte, che è la stessa cosa) e mostra il suo volto devastato solo alla fine. Film rimane una riflessione abissale sullo sguardo, un vertice del cinema del Novecento. Il sogno (altro elemento keatoniano), è stato interpretato da molti come vicinanza al movimento surrealista (Bunuel ebbe parole di elogio per lui). Keaton propone la sostituzione della realtà sperimentata con una realtà pensata, una parafrasi di quella aspirazione alla seconda realtà propria dei surrealisti. "L'inatteso era la nostra materia prima, l'inusuale il nostro obiettivo, l'unicità il nostro ideale". Sono ancora parole di Keaton, ma quanti sottoscriverebbero ciò? E soprattutto quanti spettatori di oggi conoscono e amano i suoi film? Un male perdere le sue gag.

Sergio Benetti

Dueville

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