Bubola racconta la Guerra col grimaldello folk-rock

RECITAL. Al teatro Busnelli il cantautore è stato applaudito per le sue più conosciute ballate

Nel 1998 si esibì con Bob Dylan sul palco del Castello di Villafranca e il Nobel si complimentò per la sua versione di "Romance in Durango"

Nel tardo pomeriggio del 4 luglio 1998, Massimo Bubola e Bob Dylan si parlarono a quattr'occhi. In serata si sarebbero alternati sul palco del Castello di Villafranca, ma prima del concerto il vate americano volle conoscere il più giovane collega, nato non molto distante. Si complimentò con lui per la versione di "Romance in Durango" realizzata assieme a Fabrizio De André, poi espresse apprezzamento per il suo lavoro di cantautore, infine il dialogo si spostò verso la poesia italiana, tema sul quale il futuro Nobel si dimostrò parecchio ferrato.Potrebbe sembrare il classico quadretto dell'allievo che finalmente conosce il maestro, in realtà siamo autorizzati a vederci dell'altro. E cioè l'incontro tra due artisti che hanno sempre condiviso l'idea del rock come letteratura nel suo prezioso insieme di parola e musica, entrambi consci del fatto che la radice del rock sta nel folk, nel patrimonio popolare nutrito dalla storia. Senza quell'aggancio lì, non vai da nessuna parte. Resti uno che razzola nel recinto del pop.Capita così che uno degli argomenti di maggior interesse per lo statunitense Dylan, senz'altro più del duello Clinton-Trump, sia non soltanto il repertorio tradizionale del proprio Paese - che ovviamente conosce a menadito - ma anche la Guerra di Secessione. Una cultura che gli è servita per creare una delle sue più grandiose e meno conosciute ballate, "'Cross The Green Mountain". Egualmente, Bubola ha saputo rivisitare come pochi altri l'epopea del nostro Risorgimento in "Camicie rosse", ha ritratto Garibaldi, fino ad approdare al capitolo della Grande Guerra.Il primo assaggio in materia, "Andrea", risale ancora all'epoca della collaborazione con Faber. E due interi album, "Quel lungo treno" e "Il testamento del capitano", lo vedono non solo riprendere i brani più celebri di quella drammatica temperie, ma aggiungerci delle pagine autografe scritte con rispetto e fervore, nutrite dallo studio profondo e dalle intime memorie degli avi di famiglia.Oggi che siamo in clima di Centenario del 1915-1918, quei due lavori innervano la scaletta di "Da Caporetto al Piave", recital che l'altra sera è giunto anche al Teatro Busnelli mostrando quanto e come "Era una notte che pioveva" o "La tradotta", "Monte Canino" o "Ta pum", rimangano titoli di una bellezza straordinaria, commoventi echi d'una gioventù scaraventata al fronte eppure capace, prima di svanire sotto il fuoco, di testimoniare il proprio sacrificio, invitandoci a non scordare.Là in mezzo Bubola inserisce le sue "Neve su neve", "Noi veniam dalle pianure", "Rosso su verde", in una analoga e consapevole atmosfera di pietas umana. Perché, in guerra, non vince mai nessuno. A tenere tutto assieme, a conferirgli una veste di inaspettata forza rispetto alle fin troppo abusate armonizzazioni da coro alpino, sta l'energia di quegli arrangiamenti giocati appunto in chiave folk-rock, dove la voce e gli arpeggi ritmici del bandleader trovano un adeguato contesto fra gli estri chitarristici di Enrico Mantovani, le tessiture alla fisarmonica di Thomas Sinigaglia, il pulsare del basso di Levi Alghisi, i nitidi arricchimenti canori di Erika Ardemagni. "Fiume Sand Creek", "Il cielo d'Irlanda", "Volta la carta", "Tre rose" e le ficcanti riflessioni di Bubola tra una esecuzione e l'altra hanno arricchito un'occasione che il pubblico ha contrappuntato con fragorosi applausi.

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