Angelo Gaja: il guru del vino

IL PERSONAGGIO. Ospite a Vicenza della Fondazione Sommelier
IL “GURU” DEL VINO
Angelo Gaja non vuole essere chiamato “re dei rossi”: «Mi sento solo un artigiano». «Vado in direzione ostinata e contraria». «Serve rispetto per il vino»

Guai a definirlo “re dei rossi”: «La monarchia è finita da un po´ - ammonisce - preferisco presidente» e sorride. Il primo vigneto di Cabernet Sauvignon in Piemonte l´ha piantato lui, approfittando del fatto che il papà, del tutto contrario all´esperimento, si trovava in vacanza a San Remo. “Darmagi” disse quando tornò, che vuol dire “peccato”: oggi è il nome di un vino a cinque stelle. Se c´è una cosa che non sopporta «è essere “inchiodato” davanti al bicchiere di vino, perché il naso bisogna metterlo fuori», spiega, e infatti per sbarcare nei mercati esteri raccomanda di diventare narratori dei luoghi.
Angelo Gaja è un´etichetta vivente: a 75 anni è l´indiscusso signore del vino italiano, produttore di grandi rossi nelle sue tenute nelle Langhe, a Montalcino, a Bolgheri: Brunello, Barolo, Barbaresco, Pinot Nero, Cabernet, vini conosciuti in tutto il mondo e invariabilmente in vetta a tutte le possibili classiche.
Il nome con la “j” è di origine spagnola ma lui è fiero langarolo, nativo di Barbaresco, 600 anime e molte più vigne. Legge otto quotidiani al giorno ma da vent´anni non guarda la televisione: «Le ho spaccate tutte con una mazza - racconta - Per un po´ con i figli (Gaia, Rossana e Giovanni) ci fu la guerra del Vietnam. Poi si abituarono». «Il vino - sostiene - è una bevanda culturale, perché il latte e l´acqua sono più importanti ma nessuno ne parla come si parla di vino».
È un uomo cordiale, disponibile, rigoroso come i suoi vini. Un innovatore - ma non usa il web - e un pignolo: i vermi che nelle sue tenute usa per trasformare il letame in humus è andato a cercarli fin in California, trovandoli: qualità rossa.
Nella sua prima visita in terra vicentina ha visitato la Basilia Palladiana, rimanendo “incantato” e ha tenuto, ospite della neonata sezione veneta della Fondazione Italiana Sommelier, una conferenza.
Se re dei rossi non va bene, come ama definirsi?
Mi sento un artigiano. Gli artigiani sono animati da un pensare in modo diverso. In Abruzzo, cinquant´anni fa Edoardo Valentini si mise in testa di fare, con la varietà più scarognata di uva che c´era, il Trebbiano, un grande bianco. Lo presero per matto. Lui non ha mollato e alla fine ha creato il Trebbiano d´Abruzzo, uno dei bianchi migliori d´Italia. Ferruccio Biondi Santi, a Montalcino, decise di provare a fare un vino rosso al cento per cento Sangiovese. Non era mai stato fatto: il Sangiovese si usava come taglio. Ma lui selezionò le varietà più rustiche, ridusse le rese. Adesso ci sono 280 aziende che producono il Brunello, nato dalla sua intuizione e perseveranza. Ancora: Mario Incisa della Rocchetta, a Bolgheri, piantò sessant´anni fa il Cabernet Sauvignon. Nacque il Sassicaia. Questa è l´artigianalità: andare in direzione ostinata e contraria.
E lei dove ha imparato?
In famiglia. Mio padre, Giovanni, fu il primo che trasformò i mezzadri in salariati. Perché da mezzadri volevano più resa, vendemmie precoci: erano logicamente preoccupati di garantirsi il raccolto. Quando invece furono sicuri della paga, s´iniziò a fare come voleva lui: vendemmie più tardi, rese ridotte. È così che si consolidò la qualità del nostro vino. Mia nonna, Clotilde Rey, a nove anni mi disse: devi continuare a fare il vino. Ti porterà denaro, non tanto ma il necessario per investirlo bene, ti porterà speranza, ti porterà gloria. Sapeva che ero un po´ vanitoso.
Lei, da artigiano, raccomanda spesso il rispetto per il vino. Che cosa intende?
Due cose: accettare che il vino abbia una sua originalità e unicità, che significa anche piccole imperfezioni, Bisogna saperle governare, ma non eliminarle, perché sono quelle che danno identità al vino. E soprattutto, siccome l´uva sana dipende dal tempo, bisogna essere fedeli alla qualità: se la stagione è sfortunata il vino non si imbottiglia, ma si vende sfuso. Per i primi due anni, a Montalcino, noi non abbiamo imbottigliato: il danno fu enorme ma non c´era la qualità giusta. Mio padre aveva il coraggio di annullare tre o quattro vendemmie su dieci se la stagione non era buona.
Oltre al saper fare lei raccomanda di far sapere.
Sì. Dobbiamo imparare a narrare il vino. Io non sono capace di mettere il naso dentro il bicchiere e spaccare il capello in quattro sui profumi. Altri lo fanno meglio di me. I piccoli produttori artigiani devono affascinare con il racconto.
Per questo cita Cavour e Fenoglio?
Fenoglio delle Langhe scrisse: “È una terra con la sfortuna in favore”. È il narratore che ha dato senso ai nostri luoghi. Cavour è stato prima di tutto un contadino: aveva un podere e nel 1834 fece venire un tecnico da Bordeaux perché lo aiutasse a completare la fermentazione del Barolo. E poi diffuse la conoscenza, gratis. Einaudi, l´intellettuale, sul sagrato della chiesa discuteva di uva con i contadini. Queste persone diffusero i principi liberali in Piemonte, stimolarono la voglia di essere imprenditori, l´iniziativa privata. Questo dobbiamo raccontare.
Nell´era del web Angelo Gaja non ha un sito internet.
È una bizzarria e non so finché dura. Vorrei essere l´ultima azienda al mondo a dotarmi di un sito web. Sui siti trovo solo lodi, notizie di premi, punteggi. Sviolinate. Non mi piace questa forma di autocelebrazione e non mi piace che sia svelato tutto: se su un sito raccontassi tutto, poi a lei che mi intervista cosa potrei rispondere? Gaia, mia figlia, quando va all´estero spiega che non siamo sul web: ci prendono per matti. Poi però il ragionamento diventa: forse non ne hanno bisogno.
Infatti. Non producete rossi, producete Gaja.
Per avere riconoscibilità ci vuole molto tempo. La nostra è stata costruita in quattro generazioni, a partire dal 1859 quando il bisnonno Giovanni aprì la cantina. Sono tre gli ingredienti di un marchio: il carattere del vino, che non dipende dal produttore ma dalla varietà dell´uva, dal clima, dal terreno. L´abilità è di trovar l´uva giusta per quel posto per quel clima. Poi c´è la personalità, che si deve aggiungere al carattere ma non sovrastarlo, ed è ciò che rende il nostro vino riconoscibile. Infine lo stile, che è dato dall´etichetta della bottiglia, ma anche dal modo di vestirsi, di comportarsi, di parlare. Dal fatto che non abbiamo mai fatto le promozioni: paghi 2 prendi 3, che abbiamo sempre preferito la ristorazione.
A 75 anni, cinquanta dei quali passati a fare vino, adesso cosa desidera fare?
Prima di tutto non andare in pensione. Poi sento di avere due doveri, come artigiano: dare il buon esempio e proteggere la passione, riversandola sul lavoro, senza disperderla. Perché se c´è la passione vai avanti, anche nei momenti difficili, che arrivano sempre. La passione è come un tergicristallo: non fa smettere di piovere, ma ti permette di continuare la strada.

Tagged under: vino Gaja

Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.