Peo Pegoraro
CABARET. Uno show al Giardino Magico
“Peo” Pegoraro giocoliere lessicale in salsa dialettale
L’attore dei Brusajachete anche in veste di strampalato “film-maker”
Antonio Stefani
Uno ascolta Antonio "Peo" Pegoraro e immagina cosa potrebbe essere un dialogo tra costui e Alessandro Bergonzoni. Stazza diversa, però stessa capacità destabilizzante nei confronti della parola, stesso gusto spontaneo e perverso nel traslocare a sorpresa il significato dal significante, nell'infilare petardi tra i lemmi del dizionario. Ma dove Bergonzoni stacca presto gli ormeggi per inseguire mondi astratti e surreali, il “Peo" vicentino non abbandona le sue contrade e lì mantiene fisso l'oggetto d'una giocoleria lessicale che non rinuncia al dialetto, divenendone il funambolo folle e leggero. Siccome poi è uno che non sta mai fermo, a tale predilezione affianca le altre forme espressive in cui si tuffa a chiodo, si tratti del cabaret coi Brusajachete o di quei cortometraggi che ama girare sotto la programmatica sigla di produzione “Tutofatoincasa", arruolando cioè parenti e amici.
L'occasione per beccarlo in tutte queste cose assieme è giunta al Giardino Magico Busnelli, dove Pegoraro s'è sperimentato nel ruolo del presunto docente di “parolistica" (guai a dire glottologia), ha duettato - senza averlo preavvisato - con lo storico complice Pasqualino Dall'Osto e, come da locandina, ha inflitto al pubblico la visione dei quattro “corti" coi quali, fra l'altro, è stato vincitore e finalista in vari concorsi nazionali. Uno più curioso dell'altro.
Se Come a novembre (2002), pellicola in bianco e nero, svela la faccia triste del clown narrando secco un caso di separazione coniugale, il successivo I bimbi cr-escono (2003) ritrae un ironico quadretto di famiglia nordestina, mentre I conti tornano (2004) è un delizioso inseguire i passaggi di mano della stessa banconota tra commercianti, professioniste del sesso, manager sniffatori, insegnanti, buffi rapinatori e una varia umanità in perenne caccia di schei. Azzeccato è pure Tutti in piazza (2006), gustosa ricostruzione dei velleitarismi rivoluzionari Anni Settanta, infine il recente Vita soppressa (2010) proprio là va a finire, nel tipico e prelibato insaccato, ma dopo aver immaginato l'uccisione del maiale in un sarcastico clima da noir alla Tarantino.
Basta così? Macché. Tra una proiezione e l'altra, il folletto di Villaverla si è improvvisato conferenziere-tuttologo in materia di crisi economica («è fallito anche il produttore di boomerang, la merce gli tornava tutta indietro»), di scuola («i bambini inglesi sono più bravi dei nostri, visto che l'inglese lo parlano già a tre anni»), di sentimenti - in tal caso indossando la stralunata maschera di Sfigo, un nome un programma - e, visto che c'era, ha pure sfoderato una botta di strampalate etimologie toponomastiche relative ai comuni della provincia nostrana.
Perché riprendesse fiato, il buon “Pope" Dall'Osto lo ha affiancato - sotto l'inconfondibile parrucca a dreadlocks - con un paio di uscite del leggendario e fumatissimo Joseph figlio-dei-fiori, per poi declamare ispirato, nei panni dei poeta Scipione Sciascia, gli allitteranti versi di S(c)iòco, componimento ben degno di figurare tra le pagine dei montaliani Ossi de mas'cio.
Lecito sospettare che Pegoraro potesse avere in serbo anche un terzo tempo di show, da passare magari danzando come un ruspante Fred Astaire (tranquilli, ne è capace), però s'è accontentato delle risate e degli applausi ricevuti sino ad allora. Ovvero sul far della mezzanotte. Fortuna che aveva promesso di essere On Peo corto.
“Peo” Pegoraro giocoliere lessicale in salsa dialettale
L’attore dei Brusajachete anche in veste di strampalato “film-maker”
Antonio Stefani
Uno ascolta Antonio "Peo" Pegoraro e immagina cosa potrebbe essere un dialogo tra costui e Alessandro Bergonzoni. Stazza diversa, però stessa capacità destabilizzante nei confronti della parola, stesso gusto spontaneo e perverso nel traslocare a sorpresa il significato dal significante, nell'infilare petardi tra i lemmi del dizionario. Ma dove Bergonzoni stacca presto gli ormeggi per inseguire mondi astratti e surreali, il “Peo" vicentino non abbandona le sue contrade e lì mantiene fisso l'oggetto d'una giocoleria lessicale che non rinuncia al dialetto, divenendone il funambolo folle e leggero. Siccome poi è uno che non sta mai fermo, a tale predilezione affianca le altre forme espressive in cui si tuffa a chiodo, si tratti del cabaret coi Brusajachete o di quei cortometraggi che ama girare sotto la programmatica sigla di produzione “Tutofatoincasa", arruolando cioè parenti e amici.
L'occasione per beccarlo in tutte queste cose assieme è giunta al Giardino Magico Busnelli, dove Pegoraro s'è sperimentato nel ruolo del presunto docente di “parolistica" (guai a dire glottologia), ha duettato - senza averlo preavvisato - con lo storico complice Pasqualino Dall'Osto e, come da locandina, ha inflitto al pubblico la visione dei quattro “corti" coi quali, fra l'altro, è stato vincitore e finalista in vari concorsi nazionali. Uno più curioso dell'altro.Se Come a novembre (2002), pellicola in bianco e nero, svela la faccia triste del clown narrando secco un caso di separazione coniugale, il successivo I bimbi cr-escono (2003) ritrae un ironico quadretto di famiglia nordestina, mentre I conti tornano (2004) è un delizioso inseguire i passaggi di mano della stessa banconota tra commercianti, professioniste del sesso, manager sniffatori, insegnanti, buffi rapinatori e una varia umanità in perenne caccia di schei. Azzeccato è pure Tutti in piazza (2006), gustosa ricostruzione dei velleitarismi rivoluzionari Anni Settanta, infine il recente Vita soppressa (2010) proprio là va a finire, nel tipico e prelibato insaccato, ma dopo aver immaginato l'uccisione del maiale in un sarcastico clima da noir alla Tarantino.
Basta così? Macché. Tra una proiezione e l'altra, il folletto di Villaverla si è improvvisato conferenziere-tuttologo in materia di crisi economica («è fallito anche il produttore di boomerang, la merce gli tornava tutta indietro»), di scuola («i bambini inglesi sono più bravi dei nostri, visto che l'inglese lo parlano già a tre anni»), di sentimenti - in tal caso indossando la stralunata maschera di Sfigo, un nome un programma - e, visto che c'era, ha pure sfoderato una botta di strampalate etimologie toponomastiche relative ai comuni della provincia nostrana.
Perché riprendesse fiato, il buon “Pope" Dall'Osto lo ha affiancato - sotto l'inconfondibile parrucca a dreadlocks - con un paio di uscite del leggendario e fumatissimo Joseph figlio-dei-fiori, per poi declamare ispirato, nei panni dei poeta Scipione Sciascia, gli allitteranti versi di S(c)iòco, componimento ben degno di figurare tra le pagine dei montaliani Ossi de mas'cio.
Lecito sospettare che Pegoraro potesse avere in serbo anche un terzo tempo di show, da passare magari danzando come un ruspante Fred Astaire (tranquilli, ne è capace), però s'è accontentato delle risate e degli applausi ricevuti sino ad allora. Ovvero sul far della mezzanotte. Fortuna che aveva promesso di essere On Peo corto.
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