Il presidente dell’Ipab a giudizio per l’assunzione della figlia del sen. Stefani

di Ivano Tolettini

Il presidente dell’Ipab Gerardo Meridio va a processo per un ipotetico abuso d’ufficio nell’assunzione a tempo determinato della figlia del senatore leghista Stefano Stefani. «Io sono convinto di non avere commesso alcun reato - spiega il manager pubblico all’uscita dall’ufficio del gip Eloisa Pesenti con i suoi legali Enrico Ambrosetti e Lucio Zarantonello - e di essere stato corretto verso l’istituzione». Di parere opposto è il procuratore capo Ivano Nelson Salvarani che ha ottenuto il rinvio a giudizio per un dibattimento che si annuncia serrato a partire dal 13 febbraio.

Si confrontano due linee d i pensiero agli antipodi. Quella rigorista del procuratore, per il quale Meridio ha fatto un favore politico al potente padre della neolaureata assumendola nello staff di segreteria della sua presidenza senza che ci fosse un problema di urgenza e che avesse i titoli, essendo laureata in lettere, violando le procedure interne che prevedevano un bando di concorso. Ha assunto così nel giugno 2004 la dott. Stefani per redigere una monografia sul fondatore dell’ente assistenziale, parzialmente scopiazzata da altri due testi - tesi dell’accusa -, per destinare l’impiegata poi alla sua segreteria con il beneplacito del consiglio d’amministrazione, violando regolamenti e leggi.
Alla visione della procura, riassunta in due pagine fitte di capo d’imputazione, si contrappone quella della difesa che è stata sviluppata, inutilmente, nell’arco di quasi un’ora davanti al giudice affinché provvedesse a prosciogliere Gerardo Meridio, 46 anni, voluto dal sindaco Hüllweck alla guida dell’Ipab.
«Quello che fin qui non si è voluto capire - afferma l’avv. Zarantonello - è che la Cassazione in materia di abuso d’ufficio ha più volte osservato che anche nell’ipotesi, che noi riteniamo comunque non sussista in questo caso, che Meridio avesse arrecato un vantaggio professionale alla Stefani, esso non &# 232; un reato. Il motivo? Perché prevale l’interesse pubblico e l’ente dall’assunzione della Stefani ha tratto anch’esso un vantaggio perché nello staff di segreteria del presidente c’era un’impiegata occupata per un terzo a questa funzione e c’era invece bisogno di una persona a tempo pieno. Di qui l’assunzione».
I due difensori hanno anche sostenuto che ad «abbagliare» la procura è stato il nome di Stefani perché per altre tre assunzioni - due prima e una dopo quella incriminata - che sono avvenute con modalità amministrative analoghe, la procura non ha mosso rilievi.
«Quella del procuratore è un’interpretazione del regolamento dell’Ipab - osserva Ambrosetti -, ma noi riteniamo che non sia corretta. Essa è plausibile, ci mancherebbe, ma non è penalmente rilevante e ci auguriamo di dimostrarlo davanti al tribunale. Se l’impiegata, la quale da giugno non lavora più per l’ente, non si fosse chiamata Stefani, nessuno si sarebbe mai preoccupato di mandare i carabinieri all’Ipab per verificare l’assunzione di una normale impiegata, peraltro laureata, mica sfornita di titolo».
La difesa aveva valutato l’ipotesi di chiedere direttamente alla procura il giudizio immediato senza passare per l’udienza preliminare per accorciare i tempi. «Abbiamo chiesto al giudice la prima data libera - prosegue Zarantonello - perché Meridio, nella posizione pubblica che occupa, vuole fare chiarezza in tempi celeri».
Il procuratore Salvarani nel corso dell’udienza a porte chiuse ha delineato i passaggi della presunta assunzione turbo senza i crismi della legalità. Tra i quali, anche la mancanza di avviso pubblic o e del rispetto di una procedura selettiva per quello che ha individuato come un favore clientelare di Meridio al senatore Stefani.
«Ero presente all’udienza per un dovere di cittadino e di rispetto nelle istituzioni - spiega Meridio - e in aula si verificherà come l’Ipab da questa vicenda non ci abbia rimesso nulla. Purtroppo questo caso giudiziario è nato nell’ambito di una stagione dei veleni alimentata per fini politici da persone che distruggono. Dimostrerò la mia innocenza». La procura è convinta del contrario.