«Matteo morì per la buca Ma nessuno è colpevole»

LA VICENDA. I tre imputati sono stati assolti: per il giudice la colpa fu anche del diciottenne
Lo sfogo dei genitori di Dall'Osto, vittima in scooter sulla Marosticana «Abbiamo rinunciato all'appello: siamo logorati da anni in tribunale»

Quasi otto anni, quelli trascorsi dalla disgrazia avvenuta nel maggio 2010 lungo la Marosticana, non sono bastati ad asciugare le lacrime di Rienzo e Rosalba Dall'Osto, i genitori del giovane Matteo deceduto un mese dopo aver raggiunto la maggiore età. Dal punto di vista giudiziario la vicenda si è conclusa con l'assoluzione dei tre imputati, dirigenti e funzionari di Amcps processati con l'ipotesi di omicidio colposo per non aver controllato i lavori di scavo eseguiti sulla strada nel 2008. La sentenza letta nel maggio 2017 non è stata appellata.«Dopo decine di udienze, tre richieste di archiviazione e una sentenza di assoluzione abbiamo detto basta - spiega il padre Rienzo -. Sette anni in tribunale sono stati logoranti. E la prescrizione era vicina. Mio figlio morì per quella buca, ma per la giustizia non c'è nessun colpevole».Quel drammatico 1° maggio del 2010 Matteo si stava recando in scooter a parco Querini, dove lo attendevano alcuni amici. Un compagno lo precedeva di qualche metro. All'improvviso, raccontarono i testimoni, il motorino di Dall'Osto sbandò verso destra e finì nella scarpata. Il giovane sbatté con il fianco sul guardrail subendo un trauma addominale. «Ho preso una buca» disse ai suoi soccorritori Matteo, rimasto cosciente a lungo fino all'arrivo in ospedale. Ma la botta gli aveva causato una forte emorragia interna, che qualche ora più tardi provocò la morte del diciottenne.«All'epoca - raccontano i genitori - diversi frontisti avevano segnalato la presenza della buca profonda 15 centimetri, che si trovava all'interno di un avvallamento di oltre tre metri. Ma non c'erano i soldi per l'asfaltatura. Solo dopo la morte di Matteo, la strada venne riparata. Quel giorno siamo morti anche noi; solo chi ha perso un figlio può capirlo. Non avevamo mai messo in conto di vivere senza di lui».Al dolore per la tragica perdita si è aggiunto quello per un iter giudiziario durato sette anni dall'apertura dell'inchiesta alla sentenza di primo grado e il cui esito non ha soddisfatto i famigliari.«Fin dall'inizio - ricostruisce Rienzo Dall'Osto - c'è stato un continuo rimpallo di responsabilità. Fu portato in aula anche l'amministratore di Aim per ricostruire la scala gerarchica. Nel corso delle udienze ho dovuto sentirne di tutti i colori. Le difese hanno sostenuto che mio figlio avrebbe dovuto conoscere quella buca, perché andava a scuola in motorino. Ma lui aveva studiato a Thiene, al Saugo. Era la seconda volta che si recava in città con il suo scooter».La sentenza, richiamando gli orientamenti della Cassazione e della Corte costituzionale, scagiona i funzionari della municipalizzata perché "l'adozione delle normali cautele da parte del conducente, in presenza di pericoli visibili ed evitabili, avrebbe evitato l'evento". «Hanno incolpato chi non si poteva difendere» è il lapidario commento dei famigliari, che nel 2016 erano usciti dal processo dopo aver accettato un risarcimento da Aim, attraverso le assicurazioni, vicino al milione di euro.«Non volevamo un'altra causa in sede civile - motivano la scelta - . E se non ci fossero stati gli estremi, non avrebbero risarcito. Con il senno di poi, forse è stato un errore, perché il processo si è fermato lì. Non sono nemmeno stati ascoltati i testimoni. L'unica cosa che ci consola - concludono - è quello che ci ha confidato un addetto alla manutenzione delle strade: in seguito alla morte di Matteo, dopo i lavori di scavo ricevono continue pressioni per verificare l'asfalto ».

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