IL PRODOTTO TIPICO. Introdotto dai romani, incontrò varie difficoltà

Dopo le fortune del Medioevo, la pianta conobbe una crisi nei tre secoli della “Piccola era glaciale” tra la metà del Cinquecento e la metà dell'Ottocento

L'utilizzo dell'olea europaea, questo è il nome scientifico dell'albero, nel Vicentino può essere accomunata a quella dell'Italia del Nordest. È grazie ai romani che, in seguito alle conquiste e alla espansione dell'impero, l'olivo raggiunse il nord della Penisola. Nei secoli successivi alla caduta dell'Impero Romano l'olivo continuò a diffondersi nell'Italia settentrionale. Nel VII secolo l'editto di Rotari prevedeva addirittura multe per coloro che avessero danneggiato piante di olivo. In epoca alto-medievale, il Lago di Garda divenne una delle zone di maggiore produzione olearia italiane e proprio per questo periodo si ritrovano attestazioni di oliveti presenti nel vescovado di Vicenza.
Il Medioevo fu un periodo di ampia diffusione della pianta, favorita con innumerevoli statuti, editti e ordinanze che obbligavano gli agricoltori a piantare olivi. Si desume che all'epoca gli olivi godevano di una grande considerazione per il reddito che derivava dalla produzione dell'olio. Erano considerati tanto importanti quanto la vite. Anche lo statuto di Vicenza del 1264 menziona l'olivo a proposito del divieto di danneggiare gli alberi coltivati.
La sopravvivenza dell'olivo nell'Italia settentrionale fu minacciata dalla cosiddetta Piccola Era Glaciale, verificatasi tra la metà del Cinquecento e la metà dell'Ottocento. Le cronache parlano di inverni particolarmente freddi nel 1549-50, quando molti danni furono subiti dalle coltivazioni di Castegnero, Nanto e Barbarano. Alla decadenza della coltura dovette inoltre contribuire, in parte, la politica economica della Repubblica di Venezia che, a partire dal XVII secolo, favorì e potenziò la coltivazione dell'olivo sulle coste e nelle isole, mentre aggravò con provvedimenti fiscali la coltivazione nella terraferma, onde tenere aperto il mercato alla più abbondante e sicura produzione delle terre marittime. La terraferma iniziò così ad importare l'olio dalle zone costiere, ma la coltivazione non scomparve affatto: fu semplicemente ridotta al fabbisogno familiare.
La situazione fu ulteriormente aggravata dai freddi inverni del XVIII secolo che distrussero numerosissimi olivi e inoltre dall'arrivo, nel 1840, della mosca dell'olivo (Dacus oleae). Di conseguenza, nel Vicentino, molti olivi furono sostituiti dalla vite e dal gelso, coltivazioni assai più redditizie. Tale sostituzione andò via via generalizzandosi, dopo la metà del secolo, in tutto il Veneto, anche per la concorrenza delle più produttive regioni del Sud Italia.
Un quadro molto preciso della situazione agricola nella zona dei Berici alla fine del XIX secolo è rintracciabile nella “Monografia agraria dei distretti di Vicenza, Lonigo e Barbarano” di Domenico Lampertico, pubblicata nel 1882 negli “Atti della giunta per la inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola” (la cosiddetta Inchiesta Jacini). Le coltivazioni prevalenti erano la vite e, in minor misura, l'olivo, di cui si coltivavano soprattutto le specie rezzana o favarola. L'estrazione dell'olio occupava un posto di secondo piano rispetto alla distillazione. Era condotta in piccole aziende, che si avvalevano per lo più di macchinari antichi, condotti dalla forza animale o, addirittura, dall'uomo e la qualità del prodotto finale era piuttosto scarsa. Solo nella seconda metà dell'Ottocento i Comizi agrari locali si impegnarono a far progredire l'olivicoltura intessendo rapporti di collaborazione con i Comizi della Toscana, dove le pratiche di produzione dell'olio erano maggiormente sviluppate.
Per tutta la prima metà del Novecento la coltivazione dell'olivo e la produzione dell'olio nel Vicentino sono state considerate produzioni limitate, cui si riconoscevano comunque grandi possibilità di sviluppo. Ed in effetti tali potenzialità si sono tradotte, oggi, nella produzione di un olio di grande qualità, cui sono stati conferiti importanti premi di livello nazionale.

 


IL LIBRO. Umanista fiorentino, raccolse un compendio di notizie tratte dagli autori antichi

Piero Vettori, l'avversario dei Medici

che scrisse un trattato per lodare l'olio

Tra il 1530 e il 1532 Piero Vettori scrisse il “Trattato delle lodi e della coltivazione degli ulivi”, un testo in prosa che aveva lo scopo di tessere le virtù dell'olivo e di spiegarne le tecniche di coltivazione, seguendo la tradizione del genere didascalico. La Biblioteca “La Vigna” conserva varie edizioni dell'opera, due cinquecentine stampate a Firenze dai Giunti nel 1574 e nel 1669, una del 1762 per i tipi di Giovanni Battista Stecchi di Firenze e la più recente stampata a Milano nel 1806 dalla Società tipografica dei Classici Italiani.
Il Trattato si rivela un compendio di notizie tratte dagli autori antichi. Si viene così a conoscere che, nell'antica Atene, l'olio di oliva era dato in premio ai vincitori dei Giochi Panatenaici, che si svolgevano durante la festa dedicata alla dea Atena, protettrice della città, cui, secondo la mitologia, si deve la nascita del primo olivo. L'oratore greco Demostene (384 - 322 a. C.) sosteneva di aver consumato più olio che vino in tutta la sua vita. Questo per dimostrare quante erano state le veglie, illuminate dalla lampada ad olio, necessarie a raggiungere la somma eloquenza.
Fin dall'antichità, l'olivo era considerato simbolo di pace e di vittoria. È citato molto spesso anche nella Bibbia, a partire dal momento in cui la colomba ritornò all'arca di Noè portando nel becco un ramoscello d'olivo per annunciare che il grande diluvio era cessato.
Piero Vettori si dedicò alla stesura dell'opera nei primi anni Trenta del XVI secolo, dopo essersi temporaneamente ritirato nella sua villa di San Casciano, in provincia di Firenze, essendo avversario dei Medici. L'edizione del 1762 presenta, sul frontespizio, due monete: l'una con il ritratto dell'autore, l'altra con un ramoscello d'olivo e il motto latino “Labor omnia” (la fatica vince ogni cosa). Il trattato edito nel 1806 si apre invece con il ritratto calcografico di Piero Vettori.
A proposito della biografia di Piero Vettori, va ricordato che il suo attrito con i Medici terminò sei anni dopo il suo “esilio”. Nel 1538 Cosimo I lo richiamò a Firenze, dove assunse la cattedra di greco e latino allo Studio fiorentino, cioé all'università. Il suo capolavoro è l'edizione della “Poetica” di Aristotele. Curò inoltre la raccolta delle opere di Giovanni della Casa, l'autore del “Galateo”, suo amico. Morì nel 1585.