È disabile per un farmaco

Gian Maria Maselli
Il giudice di pace Francesca Stivan è tra le 150 vittime italiane Una storia di dolore e tenacia

Il Giudice di pace Stivan al lavoro nel suo ufficio a Palazzo GualdiÈ nota come la “Strage del Thalidomide”: diecimila bimbi nati con mutilazioni fisiche in Europa tra il 1959 e il 1965. La cifra è solo una stima, soprattutto in Italia dove i casi, mai censiti dal ministero della Sanità, sembrano aggirarsi sui 150. Da qualche giorno, proprio dalla nostra città, è stato “riaperto il caso” del calvario prima umano e poi giuridico delle vittime italiane del thalidomide.
«Sulla vicenda del talidomide ci furono omertà e omissioni, spesso ben remunerate. Un esempio? La mia cartella neonatale all’Eretenia, datata 1961, lo spazio relativo alla patologia del neonato è in bianco...» racconta il giudice di Pace avv. Francesca Stivan, 48 anni, vicentina di Monticello Conte Otto, nata focomelica.
«Sono nata focomelica- spiega il Giudice- perchè nel 1961 mia madre, incinta di me, assunse, su prescrizione medico-specialistica, due sole compresse di Sedimide, farmaco commercializzato dalla Mugolio di Milano, versione italiana del Contergan, sintetizzato nel 1957 dalla tedesca Chemie Grunenthal e ritirato dal mercato italiano nel 1962, con un anno di ritardo rispetto alle altre nazioni europee, quando i numeri dei bimbi nati malformati non permisero più l’omertà di certi ambienti medico-scientifici e governativi, nè il proseguire della disinformazione verso le famiglie colpite».
Tante mamme capirono di non essere state vittime di una inspiegabile sfortuna.
«Fu invece una storia di corruzione, alimentata da un business-boom che fece gola a tutti e perdere la testa e la morale a tantissimi», afferma senza remore Stivan, che ha avuto una vita intera a disposizione per ricostruire una vicenda di cui si sono occupati anche registi cinematografici e giornalisti d’inchiesta.
Mentre parla, il giudice sfoglia (usando i piedi, certo) le fotocopie di articoli e libri sull’argomento, disposti sulla scrivania del suo ufficio a Palazzo Gualdi. E’ seduto su uno sgabello molto alto, per poter distendere e roteare le gambe sul piano di lavoro. «Ora finalmente è arrivato il momento di avere giustizia» dice.
Un momento atteso per una vita. «Una vita, la mia, neanche in salita. Tutta in verticale, proprio. Una vita a cui sono da sempre attaccata con i denti». Già, i denti, perchè con le unghie non può.
Non quelle delle mani, almeno. Per Francesca Stivan, chiusa una battaglia, se ne apre sempre un’altra. Ma la risata contagiosa e il lampo negli occhi resistono (quasi) a tutto. Resistono a un’infanzia tra i compagni delle elementari, dove per studiare e avvicinare il leggio agli occhi usa un banchetto meccanico azionato a pedale, costruitole dallo zio. A 10 anni perde la madre, negli ultimi mesi di quinta elementare la maestra alla sera si trasferisce a casa sua, donandole un affetto materno che puntualmente scompariva alla mattina, quando a quell’intesa si sostituiva il rigido gioco dei ruoli insegnante -alunna. «Inflessibile, un’altra persona. Un rispetto dei ruoli incredibile. Una persona meravigliosa- ricorda Francesca. Non mancò neppure alla mia laurea ».
E poi, Francesca resiste all’età dei primi amori, in cui per lei abbracciarli è impossibile. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Ferrara, resiste a una giovinezza tra libri e aule di Legge prima, e tra colloqui di lavoro poi. Dove la scartano perchè, “Lei, signora, deve incrementare il suo bagaglio professionale, diciamo...”.
Finchè un giorno, nel 2003, da Roma la chiamano gli uffici del Csm. «Lei sette anni fa ha fatto domanda per Giudice di pace ? E’ stata accolta». «Pensavo che la mia pratica se la fossero mangiata i topi» sbotta ridendo Francesca.
No, i topi sono stati più clementi di quelle due compresse di Sedimide, sedativo ipnotico, che la madre assunse al primo mese di gravidanza, nel 1961, perchè all’epoca nessuno si preoccupò di prescrivere, almeno, che il farmaco non venisse assunto nei primi 50 giorni di gravidanza. Quasi nulli i controlli sul farmaco: l’autorizzazione ministeriale richiesta fu introdotta proprio dopo la strage del thalidomide. Facendo il Giudice di pace finalmente posso lavorare con i piedi, le mie vere mani, con cui faccio da sola molte cose. Per tutto il resto della mia vita scolastica e lavorativa mi è stato proibito. Era considerato indecoroso. Sono stati inflessibili. Niente sconti. Ora posso finalmente farmi conoscere professionalmente». Ma è da molto più tempo che questa donna bionda e combattiva non è più soltanto, agli occhi di chi la guarda, una persona focomelica.

 


«Il Ministero ora risponda sugli indennizzi richiesti»

Dopo 48 anni si riaprono le speranze di avere giustizia per le 150 persone nate focomeliche (arti non sviluppati o inesistenti, oltre a organi interni compromessi) a causa dell’uso di farmaci contenenti thalidomide, fatto dalle loro madri in gravidanza. «Le persone nate focomeliche a causa dell’uso in gravidanza di un farmaco contenente thalidomide- anticipa l’avvocato fiorentino Marcello Stanca- potranno rivolgersi al giudice civile chiedendo, per sè e per i propri genitori, i benefici economici previsti dalla legge 229/05, cioè un vitalizio, più i 48 anni di arretrati, oltre ai danni esistenziali per il ritardo nel procedimento di liquidazione».
All’inizio del mese infatti il Tar del Lazio, su ricorso della vicentina Francesca Stivan e della modenese Paola Ferrari, ha dichiarato illegittimo il silenzio del ministero della Salute in merito alle domande inoltrate dai malati focomelici per il riconoscimento degli indennizzi previsti dalla Finanziaria 2007, obbligando così il Ministero ad adottare un espresso provvedimento che definisca il procedimento, sia esso di contenuto positivo o negativo. In pratica, i giudici hanno ritenuto illegittimo il rifiuto ministeriale di istruire le domande, imponendo all’Amministrazione di concludere il procedimento di liquidazione entro 30 giorni. Dunque, pur non avendo potuto il Tar conferire direttamente l’indennizzo «poichè ciò costituisce materia di diritto soggettivo, che va richiesto innanzi al giudice ordinario successivamente alla conclusione dell’istruttoria medico legale imposta al ministero» è arrivata l’ora di rendere giustizia.
L’avvocato Marcello Stanca di Firenze, presidente dell’Amev (Associazione malati emotrasfusi e vaccinati, che difende anche un gruppo di undici persone focomeliche), dichiara: «Se non fosse stato per l’iniziativa giudiziaria innanzi al Tar Lazio, conclusasi positivamente, il Ministero avrebbe potuto rinviare in eterno l’erogazione dei risarcimenti, come ha fatto nei 50 anni passati. Ora questa sentenza vale per tutte i focomelici nati senza arti tra il 1959 e il 1965 a causa dell’uso in gravidanza di un farmaco contenente thalidomide, sedativo asseritamente innocuo usato ancora oggi come antitumorale».
Thalidomide è il nome comune dell’acido n-ftalil-glutammico. Negli anni ‘50 fu realizzato e immesso sul mercato quello che sembrava il farmaco ideale, il Contergan (noto anche con il nome commerciale di Distaval), contenente appunto thalidomide. Una campagna di marketing senza precedenti lo descrisse come un sedativo meraviglioso ma privo dei pericolosi effetti collaterali dei barbiturici, talmente blando che veniva consigliato alle donne in gravidanza. «Avessero almeno avuto la coscienza di impedirne l’utilizzo nei primi 50 giorni di gravidanza- osserva amaramente Stivan- avrebbero evitato questa strage». Invece, la Chemie Grunenthal, martellò i medici solo sui pregi del proprio prodotto, con inserzioni su riviste mediche, informazione diretta. E tanti gadgets. Come il posacenere da scrivania che papà Stivan ancora ricorda spiccare nello studio di quel medico specialista che decretò il destino di Francesca.G.M.MAS.