Il lavoro, valore supremo
LA RICERCA. Come sono cambiate le occupazioni nella testimonianza degli anziani vicentini
Dalla zappa al computer un secolo rivoluzionario
Giuseppe Dal Ferro*
Da una campagna che richiedeva impegno totale allo stress odierno Così si ricordano feste, usanze, mestieri e prodotti quasi scomparsi
Il lavoro nel Veneto ha rappresentato un valore supremo, di fronte al quale sacrificare la famiglia, la salute e la religione. Perseguito per avere cibo, poi come necessità di emigrare, infine per mettersi in proprio nel decollo industriale.
Il Veneto e il suo benessere sono frutto di mille mani callose, protese a mangiare a sufficienza, a costruire un benessere per i figli, a raggiungere i traguardi economici delle regioni limitrofe. Le Università adulti/anziani del Vicentino si sono impegnate nell'anno 2009/2010 a descrivere l'attività lavorativa degli ultimi decenni e i mutamenti avvenuti nel costume al variare dell'attività lavorativa.
Dopo un questionario distribuito a tutti in ognuna delle 25 Università , si è costituito un gruppo di analisi e di valutazione collettiva. I partecipanti, seduti in cerchio, hanno creato fra loro un moderno filò, nel quale, attraverso il racconto, hanno dato dignità e visibilità postuma a genitori, nonni e zii, che oggi non ci sono più, ma dei quali le esperienze sono scolpite profondamente nella memoria. Il quadro emerso dalla ricerca è di grande interesse, proprio perché si può costatare il profondo cambiamento del costume avvenuto negli ultimi cinquant'anni essendo passato il lavoro da agricolo a industriale ed ora a digitale-informatico. Nel cambiamento tuttavia sono rimaste alcune costanti che caratterizzano i Veneti e la loro cultura: il senso di autonomia, la laboriosità , il risparmio, il gusto per l'innovazione, il pudore dell'autoesaltazione, la ricerca di una convivenza pacifica.
Negli ultimi 50 anni il lavoro è cambiato nel Veneto, ma ha lasciato una impronta profonda nella cultura. Dal duro lavoro dell'agricoltura si è passati a forme meccanizzate e al lavoro industriale e terziario, caratterizzato dallo stress e dalla ricerca innovativa. Rimane comunque l'attaccamento al lavoro. Ecco l’introduzione della ricerca.
L’AGRICOLTURA. Per gli agricoltori, che nel Basso Vicentino erano l'80% (Noventa V.) il lavoro era duro: ci si alzava alle 4 o alle 5 del mattino e non vi erano veri e propri orari. Si lavorava per tagliare il fieno, mietere il grano, allevare gli animali da cortile, concimare e arare fino a sera; tutta la famiglia era impegnata (Carmignano di Brenta). È "fatiga dei brasi" sospesa la domenica, perché «i lavori fati de festa, i va fora della finestra» (Sovizzo). Molti di questi lavori ricordano la raccolta del fieno, che, dopo il taglio con la falce, richiedeva tante operazioni: "slargare, voltare, rastrellare, muciare" prima del trasporto a casa su un carro, puntellato dai forconi perché non cadesse (Camisano Vicentino). Per segare l'erba di un campo si mettevano in fila i giovani più robusti e questi procedevano insieme ritmando il lavoro delle falci. Era un lavoro che alla fine lasciava dolori in tutto il corpo e torceva le budella (Breganze). Altri ricordano la trebbiatura del grano sull'aia, fra la polvere, da cui ci si riparava con un fazzolettone, e il caldo, che costringeva a bere continuamente. Si incominciava a trebbiare ad ore piccole e per parecchie ore si udiva anche in lontananza il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice (Arzignano). Terminato il giro dei contadini, la trebbiatrice veniva posizionata in uno spiazzo detto la "laguna" al centro del paese a disposizione degli spigolatori che con carrettini e cariole prese a prestito, accorrevano a trebbiare il loro piccolo prezioso raccolto (Villaverla).
Alcuni ricordano l'aratura fatta con antichi aratri tutti di legno, tramite la lamina in ferro nella parte più bassa, la quale incominciava dal centro dell'appezzamento, con pause per evitare l'affaticamento delle bestie e dei bovari che con la frusta, e ancor più con le esortazioni a voce, guidavano le bestie da traino (Costabissara).
L’ALLEVAMENTO. Un secondo grande lavoro contadino era rappresentato dall'allevamento degli animali. Il lavoro incominciava alle prime luci dell'alba, alle 3 di mattina in estate e alle 5 in inverno, quando Venere, la stella "boara", stava per tramontare ed i campanari avevano l'obbligo di suonare le campane per far iniziare il lavoro nelle stalle. La stalla, la pulizia del letto delle mucche, la mungitura, la somministrazione del cibo: fieno o erba fresca, mangimi, erano i primi lavori della giornata. Il lavoro della stalla era tra i più pesanti e ad esso erano addetti i "boari" (Breganze). Questi abitavano nella fattoria e dovevano sorvegliare le bestie anche di notte. Suo compito era anche portare il letame fuori dalla stalla con il "cariolon". Il letame era poi portato nei campi nei mesi di gennaio e febbraio e, con un forcone ricurvo, accatastato in mucchi in file a 5/6 metri l'uno dall'altro e poi allargato su tutto il campo (Camisano Vicentino).Alla stalla erano legati i caseifici.
IL BOSCO. In montagna, cioè sull'Altopiano di Asiago, il lavoro principale era quello del boscaiolo, che doveva abbattere con la scure la base del tronco delle piante da tagliare.Il cavallo era un amico fedele: ci fa tanta nostalgia pensare ai cavalli, alcuni dicono, che una volta erano molto numerosi e con i quali c'era un rapporto quasi umano. Nel bosco, continua la testimonianza di Asiago, si raccoglieva anche la legna da ardere, che doveva essere tagliata, raccolta e trascinata fino a casa, con il cavallo o con carrettini a mano. Sia il taglio delle piante sia la raccolta della legna era regolamentata ed assegnata dal Comune.
L’ARTIGIANATO. Accanto ai lavoratori della terra c'erano molti artigiani, dal meccanico di biciclette in tuta blu e mani nere, al falegname in uno stanzone pieno di segatura, al materassaio con un grande tavolo che rimetteva a nuovo ogni due anni i materassi, al fabbro che riparava i manici delle pentole e risistemava le senature, al calzolaio che risuolava le scarpe, al sarte che faceva i vestiti su misura (Bassano del Grappa). Ad Asiago l'attività del sarto (sròotar) si sviluppava a casa. "La nonna aveva un gonnellino nero arricciato e uniforme lungo fino ai piedi per non mostrare le caviglie".
Anche gli uomini avevano vestiti semplici, scuri e uguali fra loro: pantaloni lunghi o alla zuava, camicia e giacca sempre grossolanamente confezionate in casa (Asiago); a Villaverla invece un sarto vestiva addirittura un giornalista di Venezia. Circa il fabbro un corsista ricorda: "Ero el bocia de bottega. Tra me ed il fabbro nasceva una simbiosi: a me il forgiare il ferro caldo, a lui l'immediato martellamento" (Bassano del Grappa). Conosciuti da tutti erano coloro che raccoglievano con il carro il latte per le contrade e coloro che lo lavoravano nei caseifici (Carmignano di Brenta). C'erano poi gli ambulanti, figure a volte un po' strane, che arrivavano all'improvviso a piedi o con sgangherati mezzi di trasporto ad offrire la loro abilità , la loro arte, in cambio di qualche soldo. Erano i pollivendoli, gli straccivendoli, gli stagnini, gli spazzacamini (Marostica). Fra i lavori artigianali sono da ricordare i mastellai, che, con un tronco segato a pezzi e tagliato verticalmente, riuscivano a dare la curvatura al legno così da farne un mastello (Asiago). Non va dimenticato il lavoro del bottegaio, che, di dietro ad un bancone, dava merce sfusa e vendeva cose impensabili, ma utili (Breganze).
I negozi erano i luoghi delle confidenze e delle chiacchiere delle donne, come le osterie per gli uomini. In casa si coltivavano i bachi da seta, in un angolo della cucina o in qualche stanza calda e areata, su graticci o intelaiature in legno in canne o tela, sovrapponibili per risparmiare spazio. In meno di un mese, passando attraverso quattro dormite, i bachi arrivavano a 7/8 centimetri e a divorare foglie di gelso (Arzignano). Da ricordare infine coloro che si dedicavano al trasporto: c'erano per i ricchi i landò, cioè le carrozze a quattro ruote e doppia copertura detraibile a mantice, trainati da due o quattro cavalli, destinati al trasporto (Marostica). La gente invece per andare al lavoro usava la bicicletta o andava a piedi (Vicenza).
L’INDUSTRIA. Il Vicentino ha registrato anche lo sviluppo di forme industriali fin dalla fine dell'Ottocento. Accanto al lavoro agricolo hanno preso forma opifici di varia natura. Schio ricorda la Lanerossi, i suoi stabilimenti e la "riparatrice tessile": "Si andava due volte alla settimana con il motocarro a prendere le pezze finite: si dovevano caricare sulle spalle per trasportarle ed erano molto pesanti". Valdagno parla dei ritmi serrati di orario e del lavoro a cottimo. Ad Arzignano è ancora vivo il ricordo dello scalpitìo delle sgalmare dei turni di notte. Parlando delle filande si ricorda il vapore malsano delle vasche e della polvere, le mani tenute nell'acqua calda (80 gradi), i salari da fame.
Nelle concerie la calce usata per eliminare il pelo della pelle determinava sulle dita dei conciapelle la spaccatura dei polpastrelli. Dueville ricorda i turni della Lanerossi che incominciavano al suono della "cuca" e la pausa pranzo nella quale i familiari portavano in fabbrica dei neonati affinché le mamme potessero allattarli. Marostica ricorda la famosa "palpa", che aveva il compito di perquisire a campione le operaie per controllare che non ci fossero furti.
Di industrializzazione parlano i contributi di Carmignano in riferimento alla cartiera e alle fornaci, Breganze con le fabbriche di Laverda e con la cartiera Burgo, Vicenza, Malo, Marano Vicentino. Thiene ricorda le 48 ore alla settimana del 1959 e l'ordine e la disciplina in fabbrica: si timbrava il cartellino all'ingresso e si indossavano grembiule e cuffia.
* direttore Università adulti anziani
Diverrà una pubblicazione la raccolta di ricordi e foto che gli anziani dell’università Rezzara hanno prodotto nel 2009-10



| < Prec. | Successivo > |
|---|
