Forse la forma di questo "grissino dolce" ha identificato un carattere allampanato

"Va là pandolo da Schio!"Quante volte è stato appioppato questo aggettivo agli scledensi, ma c´è sempre la curiosità, specie tra i più giovani, di capire da dove deriva questo detto. Nel dialetto veneto la parola “pandolo”, rivolta ad una persona, ha diverse sfumature, tutte negative: goffo, impacciato, un po´ ritardato, imbranato. Ma perché questo epiteto è tipico degli scledensi? Perché il pandolo, o meglio i pandoli, sono dei dolci caratteristici della città fatti con pochi e semplici ingredienti: farina, burro, zucchero e lievito. Non c´è uovo, si noti, e questo dà al biscotto una friabilità particolare. Il pandolo è una sorta di grissimo dolce, insomma. Chissà se la ragione del nome va cercata nel significato di pane dorato dallo zucchero e dalla cottura, pan de oro, più o meno il significato del celebre dolce veronese. Forse la forma dei biscotti lunghi e magri, per metafora, ha indicato anche una persona alta, allampanata e non molto sveglia.
Sulle origini di questi biscotti e sul nome ci sono diverse scuole di pensiero: chi sostiene che sia nato a Schio, chi, con documenti alla mano, afferma che fossero già esistenti nel Veneziano dal XVI secolo. Sta di fatto che oggi i veri pandoli si possono trovare a Schio alla pasticceria Cauduro e che la ricetta sia stata ereditata dalla precedente pasticceria “Dalla Ca”, i predecessori dei Cauduro. Quando anche la famiglia Cauduro ha lasciato l´attività, cedendola alle sorelle Germana e Chiara Sella, la ricetta è stata dimenticata per tempo finchè la maestra pasticcera Chiara, viste le numerose richieste, ha deciso di metterli in produzione. Non prima di trovare i giusti equilibri, di calibrare le dosi e soprattutto trovare il tempo giusto per la biscottatura.
Il pandolo è un biscotto lungo circa 15 centimetri assolutamente fatto a mano e lasciato in forno per ore e ore a bassissima temperatura per conferirgli la giusta fragranza. Trovarli è un problema, tanto che bisogna prenotarli per tempo.
Racconta Giuseppe Piazza, nel suo “Con gli occhi di un bambino” (edizioni Menin), che negli anni Cinquanta ci fu una disputa sulle origini del pandolo, quelli citati nel terzo capitolo del romanzo “Leila” di Antonio Fogazzaro: da qui si pensò che le origini risalissero a Velo d´Astico. Ma per tutta risposta a Schio risposero indicando anche l´inventore dei pandoli: certo Pietro Marcon di Dolo, da qui il nome “pa de Dolo”, da cui pandolo. Le assonanze etimologiche - però - vanno sempre prese con moltissima prudenza, spiegano gli studiosi di storia della lingua.
Ma agli scledensi poco importa le origini, l´importante che i pandoli siano ritornati nelle tavole per una buona colazione mattutina: i pandoli, infatti, sono da inzuppare in una calda tazza di caffèlatte o cioccolata.
Ma c´è un altro dolce che si sono perse le tracce, o meglio la ricetta, che valse alla pasticceria Cauduro l´onore di fregiarsi lo stemma reale dei Savoia. È il panettone Margherita, un dolce apprezzato dalla regina Margherita che non esitava a richiedere alla pasticceria ogni qual volta si trovava a Venezia o nelle vicinanze. Un dolce tipico di cui si è persa la ricetta, ma che Germana e Chiara stanno cercandola ovunque per ridare alla città di Schio un altro prodotto tipico che non mancava nella tavola dei reali di Savoia.