I Beatles? Sono il futuro
IL PERSONAGGIO. A Dueville con il fotografo modenese presidente dei Beatlesiani d’Italia
Dal Vigorelli a Abbey Road
Rolando “The Great” Giambelli era ad ascoltare i Fab Four a Milano nel ’65, negli studi londinesi arrivò in Lambretta e ora guida un gruppo di 1.600 soci
Antonio Stefani
DUEVILLE
Ad ascoltarli al Vigorelli di Milano, quel 24 giugno del 1965, lui c'era. Sedicenne, partito dalla sua Brescia in autostop, e pronto a scattare anche qualche foto, anticipando così quella che sarebbe poi diventata la sua professione. Ad Abbey Road ci arrivò invece in Lambretta e, non accontentandosi di attraversare le più famose strisce pedonali del mondo, provò a entrare nei leggendari studi londinesi. Respinto, giurò che un giorno ci sarebbe riuscito. È accaduto non molto tempo fa, quando là dentro ha registrato un album-omaggio (indovinate a chi) con 25 gruppi italiani.
Nel 1992 ha fondato il club dei Beatlesiani d'Italia Associati (1600 iscritti, mica scherzi), mangia pane e Fab Four dal 1963, a Liverpool è di casa, tiene corrispondenza persino con George Martin, l'uomo che inventò “quei" suoni, vanta una nonna di Camisano e l'altra sera al Busnelli, dove si svolgeva l'edizione invernale della kermesse “A Day in The Life", ha portato ai molti presenti la lieta novella dell'avvenuta inaugurazione ufficiale del Beatles Museum.
Ennesimo frutto del suo apostolato nel nome di John, Paul, George e Ringo, è una mostra stabile zeppa di “memorabilia" ospitata nei locali del Museo Mille Miglia Città di Brescia, in località Sant'Eufemia (tutti i particolari sul sito www.beatlesiani.com). Uno scrigno del collezionismo, una mecca per gli appassionati di ogni età.
«Perché il bello - spiega Rolando Giambelli - è proprio questo: che i Beatles sono diventati un fenomeno capace di unire le diverse generazioni, dai… vecchiotti come me agli adolescenti di oggi. È musica classica, scaturita da un miracolo». Già, una prodigiosa alchimia di talenti differenti. Compreso il buon Ringo Starr, vero? «E come no. Guai a sottovalutarne il ruolo: la sua batteria in quelle canzoni è fondamentale. Lennon era genio ed essenzialità, McCartney non gli era certo da meno quanto a inventiva ed energia, che del resto dimostra tuttora, Harrison sapeva ricavarsi uno spazio in mezzo a quei due, indiscutibile come chitarrista e autore squisito».
Riesce Giambelli - anzi, “The Great Giambelli", parola di sir Paul Macca - a immaginarsi come sarebbero adesso, se il destino avesse riservato ai Beatles la longevità dei Rolling Stones?
«Francamente no. La loro irripetibile parabola si chiuse sui solchi dell'album Abbey Road, e probabilmente fu giusto così. Quanto agli Stones, li amo eccome. Li suonavo già da ragazzo, e imparavo il blues. L'antagonismo coi Beatles è un'invenzione».
Detto che pure lui condivide con non pochi fans qualche perplessità sulla recente rimasterizzazione del catalogo beatlesiano («Grande operazione di marketing, commercialmente utile alla casa discografica, ma quanto al risultato artistico si poteva far meglio»), certe sue emozioni sono comprensibilissime. «Mettere piede nelle sale d'incisione di Abbey Road è stato magico. Ambiente e strumentazioni sono conservate come allora, e riconoscere quelle che erano le “loro" postazioni mentre lavoravano, beh, ve lo lascio immaginare».
Corre su e giù per lo Stivale, Rolando il missionario, dovunque ci sia un evento sui Favolosi Quattro. Inaugura vie e piazze a loro dedicate, tiene lezioni nelle università. Organizza e pubblica di tutto sull'argomento. Spendendosi anche per qualche progetto ambizioso: «Sono in contatto con il Festival dei Due Mondi di Spoleto per una esecuzione di Ecce Cor Meum, una delle partiture del McCartney “classico", diretta dal maestro Bruno Santoni con l'Orchestra sinfonica di Sanremo. Se la cosa andasse in porto, potrebbe presenziarvi anche lui. È già accaduto nel 2000 a Genzano, sui Castelli Romani, quando alla rassegna cinematografica di cartoni animati proiettarono un film con la colonna sonora composta dalla defunta moglie Linda».
Se accadesse anche stavolta, l'inarrestabile Giambelli vorrebbe coronare un altro sogno: «Una cena con Paul, una chiacchierata tra amici, un contatto che andasse al di là delle tante occasioni professionali - vedi le conferenze stampa, o i concerti - in cui l'ho incontrato».
Nel frattempo non si stanca di incoraggiare e festeggiare le sempre più sorprendenti “tribute band" italiche. Al Busnelli ha applaudito i vicentini Fourback e Beatall, i milanesi Triflers, i bolognesi Menlove, superbamente filologici. Tutti bravi e tutti desiderosi di invitarlo sul palco per una benedizione collettiva che lui ha impartito cantando You've Got To Hide Your Love Away, Norwegian Wood, A Day in the Life e l'ecumenica Imagine prima del finale d’assieme sulle note di Hey Jude. Pagine della sua vita. Con i Beatles come futuro, non come passato.
Dal Vigorelli a Abbey Road
Rolando “The Great” Giambelli era ad ascoltare i Fab Four a Milano nel ’65, negli studi londinesi arrivò in Lambretta e ora guida un gruppo di 1.600 soci
Antonio Stefani
DUEVILLE
Ad ascoltarli al Vigorelli di Milano, quel 24 giugno del 1965, lui c'era. Sedicenne, partito dalla sua Brescia in autostop, e pronto a scattare anche qualche foto, anticipando così quella che sarebbe poi diventata la sua professione. Ad Abbey Road ci arrivò invece in Lambretta e, non accontentandosi di attraversare le più famose strisce pedonali del mondo, provò a entrare nei leggendari studi londinesi. Respinto, giurò che un giorno ci sarebbe riuscito. È accaduto non molto tempo fa, quando là dentro ha registrato un album-omaggio (indovinate a chi) con 25 gruppi italiani.
Nel 1992 ha fondato il club dei Beatlesiani d'Italia Associati (1600 iscritti, mica scherzi), mangia pane e Fab Four dal 1963, a Liverpool è di casa, tiene corrispondenza persino con George Martin, l'uomo che inventò “quei" suoni, vanta una nonna di Camisano e l'altra sera al Busnelli, dove si svolgeva l'edizione invernale della kermesse “A Day in The Life", ha portato ai molti presenti la lieta novella dell'avvenuta inaugurazione ufficiale del Beatles Museum.
Ennesimo frutto del suo apostolato nel nome di John, Paul, George e Ringo, è una mostra stabile zeppa di “memorabilia" ospitata nei locali del Museo Mille Miglia Città di Brescia, in località Sant'Eufemia (tutti i particolari sul sito www.beatlesiani.com). Uno scrigno del collezionismo, una mecca per gli appassionati di ogni età.«Perché il bello - spiega Rolando Giambelli - è proprio questo: che i Beatles sono diventati un fenomeno capace di unire le diverse generazioni, dai… vecchiotti come me agli adolescenti di oggi. È musica classica, scaturita da un miracolo». Già, una prodigiosa alchimia di talenti differenti. Compreso il buon Ringo Starr, vero? «E come no. Guai a sottovalutarne il ruolo: la sua batteria in quelle canzoni è fondamentale. Lennon era genio ed essenzialità, McCartney non gli era certo da meno quanto a inventiva ed energia, che del resto dimostra tuttora, Harrison sapeva ricavarsi uno spazio in mezzo a quei due, indiscutibile come chitarrista e autore squisito».
Riesce Giambelli - anzi, “The Great Giambelli", parola di sir Paul Macca - a immaginarsi come sarebbero adesso, se il destino avesse riservato ai Beatles la longevità dei Rolling Stones?
«Francamente no. La loro irripetibile parabola si chiuse sui solchi dell'album Abbey Road, e probabilmente fu giusto così. Quanto agli Stones, li amo eccome. Li suonavo già da ragazzo, e imparavo il blues. L'antagonismo coi Beatles è un'invenzione».
Detto che pure lui condivide con non pochi fans qualche perplessità sulla recente rimasterizzazione del catalogo beatlesiano («Grande operazione di marketing, commercialmente utile alla casa discografica, ma quanto al risultato artistico si poteva far meglio»), certe sue emozioni sono comprensibilissime. «Mettere piede nelle sale d'incisione di Abbey Road è stato magico. Ambiente e strumentazioni sono conservate come allora, e riconoscere quelle che erano le “loro" postazioni mentre lavoravano, beh, ve lo lascio immaginare».
Corre su e giù per lo Stivale, Rolando il missionario, dovunque ci sia un evento sui Favolosi Quattro. Inaugura vie e piazze a loro dedicate, tiene lezioni nelle università. Organizza e pubblica di tutto sull'argomento. Spendendosi anche per qualche progetto ambizioso: «Sono in contatto con il Festival dei Due Mondi di Spoleto per una esecuzione di Ecce Cor Meum, una delle partiture del McCartney “classico", diretta dal maestro Bruno Santoni con l'Orchestra sinfonica di Sanremo. Se la cosa andasse in porto, potrebbe presenziarvi anche lui. È già accaduto nel 2000 a Genzano, sui Castelli Romani, quando alla rassegna cinematografica di cartoni animati proiettarono un film con la colonna sonora composta dalla defunta moglie Linda».
Se accadesse anche stavolta, l'inarrestabile Giambelli vorrebbe coronare un altro sogno: «Una cena con Paul, una chiacchierata tra amici, un contatto che andasse al di là delle tante occasioni professionali - vedi le conferenze stampa, o i concerti - in cui l'ho incontrato».
Nel frattempo non si stanca di incoraggiare e festeggiare le sempre più sorprendenti “tribute band" italiche. Al Busnelli ha applaudito i vicentini Fourback e Beatall, i milanesi Triflers, i bolognesi Menlove, superbamente filologici. Tutti bravi e tutti desiderosi di invitarlo sul palco per una benedizione collettiva che lui ha impartito cantando You've Got To Hide Your Love Away, Norwegian Wood, A Day in the Life e l'ecumenica Imagine prima del finale d’assieme sulle note di Hey Jude. Pagine della sua vita. Con i Beatles come futuro, non come passato.
| < Prec. | Successivo > |
|---|
