«Disastro annunciato»
IL CASO. Parla il geometra della Regione che ha eseguito ieri il sopralluogo sull'argine del fiume rotto dalla piena
«Non si sono fatte manutenzioni Con le opere mai più esondazioni»
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Giulia Armeni
VIVARO DI DUEVILLE
Quella che ci troviamo ad affrontare in questi giorni è un disastro annunciato. E da tempo. Il conto salatissimo che tutti dovremo pagare non è altro che la conseguenza di anni di inosservanza delle basilari norme sulla prevenzione e tutela del territorio».Non usa mezzi termini Domenico Romita, geometra delle Regione incaricato di effettuare un sopralluogo nelle zone alluvionate.
Nel pomeriggio di ieri, a Vivaro, in una via Due Ponti ormai ridotta ad una distesa di fango e melma, Romita ha coordinato i lavori di messa in sicurezza dell'argine sgretolato del torrente Timonchio.
«Si tratta di operazioni straordinarie, da eseguire con la maggior rapidità possibile - spiega Romita - gli operai sono al lavoro da martedì, 24 ore su 24, ed entro venerdì l'argine sarà ricostruito».
Per ripristinare il tratto di argine spazzato via dalla furia dell'acqua si sta provvedendo all'installazione di una palancolata del tipo Larssen, ossia delle paratie in acciaio che, conficcate nel terreno, dovrebbero garantire la perfetta tenuta degli argini, assicurandone la totale impermeabilità anche in caso di nuove esondazioni del Timonchio. «Dopo un intervento di questa portata - garantisce - il fiume non costituirà più un problema per la sicurezza dei cittadini».
La domanda sorge dunque spontanea. Ma questi lavori d'emergenza, non potevano essere fatti anni addietro, come attività di normale manutenzione?
Secondo Romita e lo spiega: «Gli argini dei fiumi sono sempre stati costruiti con la sola terra, operazioni di questo genere sono estremamente costose e vengono effettuate solamente in situazioni d'emergenza, come questa appunto». Romita sottolinea inoltre che allo stato attuale è praticamente impossibile reperire terra asciutta da destinare alla ricostruzione degli argini, a causa del maltempo che ha flagellato in questo periodo il Nord.
Prima di procedere all'installazione della palancolata è stato necessario ripristinare una parvenza di strada, in modo da consentire il passaggio di camion e ruspe in mezzo all'acquitrino.
Per tutto il pomeriggio tredici camion hanno trasportato un'enorme quantità di pietre e ciottoli, che, livellati, hanno costituito una sorta di passerella. Accatastati in vari punti si trovavano inoltre pesanti massi destinati ad un ulteriore rinforzo dell'argine.
Il titolare della ditta incaricata di eseguire i lavori , l'ingegnere Gaetano Marangoni, ha seguito le operazioni dei suoi uomini, confermando le tesi del geometra Romita. «Come presidente dei costruttori vicentini - afferma - mi farò portavoce di un messaggio forte all'interno di Confindustria, ossia dell'importanza della prevenzione e della messa in sicurezza del territorio, specie nei punti dei quali si conosce la criticità , come è stato per l'argine del Timonchio qui a Vivaro».
«È assurdo e inaccettabile che per il disinteresse e l'inefficienza di qualcuno, ora si trovino nel caos interi paesi», stigmatizza Marangoni.
Intanto, dalla sua abitazione in via Due Ponti, il nipotino di Italo Munaretto osserva con curiosità il mare di fango. È la prima alluvione a cui assiste. «Spero sia anche l'ultima - conclude il nonno - purché ci sia la necessaria manutenzione degli argini».
Le testimonianze dei cittadini che hanno vissuto sulla loro pelle la furia dell'acqua
«Viviamo in una casa senza luce, acqua e gas ma non ce ne andiamo»
La famiglia Bertorelle ha tutti gli impianti fuori uso ma non ha mai pensato di lasciare la propria abitazione di Vivaro
Senza luce, né acqua, né gas per 4 giorni: ecco come si vive da alluvionati. La famiglia Bertorelle non ha mai abbandonato la villetta a due piani in via Bacchiglione, a Vivaro, scegliendo deliberatamente di non farsi soccorrere dalla protezione civile in quel maledetto primo novembre, quando l'acqua ha superato abbondantemente il metro di altezza. «Noi siamo autonomi sia per l'acqua che per il gas - spiega il capofamiglia Francesco - e con la piena entrambi i motorini sono stati sommersi. Dopo sono riuscito a far funzionare l'impianto elettrico del piano di sopra, ma siamo completamente all'addiaccio». Panini e acqua sono stati loro forniti dagli uomini della protezione civile, ma di lasciare casa, la famiglia Bertorelle non ne ha mai voluto sapere. «Un po' perché non ce la sentivamo di abbandonare tutto - dice la figlia Federica - un po' anche perché non c'è stata sufficiente informazione su quello che stava accadendo e soprattutto su quello che sarebbe accaduto». L'unico rimasto fuori casa è il gatto Tonno, l'animale di casa che ha passato gli ultimi giorni rifugiato nella legnaia, bagnato fradicio e, presumibilmente, terrorizzato. «Sta male - afferma mamma Agnese - trema in continuazione e speriamo che si riprenda». «Adesso voglio proprio vedere quando torneremo alla normalità - conclude Francesco - il sindaco Bertinazzi ha già detto che non ci sono soldi per riparare il miei impianti».
È, invece, rientrata a casa la famiglia Boniolo, dopo essersi salvata appena in tempo dalla piena. «Eravamo sul ponte quando il Bacchiglione è straripato - racconta la moglie Luciana - e siamo corsi immediatamente dall'altro lato del fiume, vicino alla chiesa, dove vive mia madre».
Il tempo di entrare in casa e di aiutare l'anziana donna a salire al piano superiore e l'acqua era arrivata anche lì, ma raggiungendo un'altezza di pochi centimetri. Sono rimasti ospiti fino a ieri, quando il duro lavoro dei mezzi della protezione civile non ha consentito il passaggio al di là del fiume. «La situazione che abbiamo trovato è drammatica, con oltre 20 centimetri di fango ovunque al piano terra - continua Luciana -, ma i volontari e il personale del comune sono stati davvero preziosi».
Qualcuno, invece, non è ancora rientrato. «Non ho il coraggio di dire ai miei genitori quello che è successo».
Con la scopa in mano, i guanti e la tenuta da lavoro piena di fango, Daniela Padovan sta ripulendo la casa dei genitori, sempre lungo la provinciale di Vivaro. Giuseppe Padovan e la moglie sono due ultraottentenni e, per non dover fare le scale, vivevano esclusivemente al piano terra.
Sono stati salvati grazie alle prime ruspe intervenute sul luogo del disastro. Caricati sulla benna, l'anziana coppia ha raggiunto prima il centro di accoglienza e poi la casa della figlia, dove sono tutt'ora, ignari di cosa ne è stato della loro casa.
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