SORPRENDENTE TARASSACO
LA CURIOSITÀ. Era parecchio usato tradizionalmente anche in cucina dai contadini: lessato, al massimo con un po’ di lardo o pancetta. Il rebus del nome “pissacan” in dialetto veneto
Alessia Scarparolo
Messo da parte sino al XVI secolo oggi è basilare nella cura di molte malattie e nel mantenimento del benessere. E poi c’è il miele
Il tarassaco è, tra le piante erbacee, quella che può contare il maggior numero di nomi attribuitigli dalla tradizione popolare: “dente di leone” per la somiglianza delle foglie ai denti del re degli animali; “barba del Signore” e “soffione” per il caratteristico pappo (il ciuffo di peli bianchi) che ogni bambino si diverte a soffiare via; “piscialetto” per i suoi effetti diuretici. In Veneto è anche chiamato “radicio de campo”, “brusaoci” per l'effetto irritavivo che i pappi provocano a contatto con gli occhi, “brusaculi” quando la caratteristica azione lassativa è un po' troppo persistente e “pissacan” perchè i cani se ne nutrono quando hanno bisogno di depurarsi.
In una tavola monografica sul tarassaco, Galliano Rosset, studioso e illustratore delle tradizioni popolari vicentine, fornisce un simpatico aneddoto sul nome dialettale. La pianta, oltre che dai cani, sarebbe stata usata anche dai contadini e dai braccianti e, dato il suo potere diuretico, li avrebbe costretti a fare spesso pipì, trasformando il veneto “pissacan” in un bonario imperativo che accomunava uomini e animali: “Pissa... can!”.
Taraxacum officinalis è invece il nome scientifico della pianta che deriva dall'arabo Tarahs'aqun. Quest'ultimo deriva a sua volta dal persiano Talkh-chuk, che significa “erba amara", “cicoria". Un'altra ipotesi farebbe derivare il nome dal greco taraxis (turbamento) e akos (rimedio) con l'allusione al potere benefico dell'erba.
Il tarassaco, originario dell'Europa e dell'Asia Settentrionale, appartiene alla famiglia delle Composite. Le foglie, basali e disposte a rosetta, sono lunghe e profondamente dentellate. I fiori sono gialli e formati da minuscoli capolini, si innalzano su un gambo tubolare non ramificato alto fino a 50 cm. Dopo la fioritura si trasformano nei caratteristici soffioni (pappi) con tanti piccoli semi piumati che, trasportati dal vento, possono raggiungere grandi distanze. La radice è robusta e fittonante. Tutta la pianta, se spezzata, emette un lattice bianco e appiccicaticcio, molto amaro, ma ricco di principi attivi.
Sembra che il tarassaco non fosse ritenuto importante nell'antichità, almeno in Europa, tanto che nessun testo ne parla fino al XVI secolo. Il botanico e medico tedesco Hieronymus Bock (1498–1554) ne fornisce una descrizione dettagliata nell'erbario intitolato “Das Kreütterbuch”, nel quale descrive le proprietà curative del tarassaco, ma parla anche di una lozione cosmetica ottenuta da foglie e radici. Nel Cinquecento le lozioni a base di tarassaco venivano infatti usate dalle donne per schiarire la pelle e attenuare le lentiggini. Successivamente anche Jacob Theodor, conosciuto come Tabernaemontanus (1525-1590), medico tedesco, discepolo dello stesso Bock, menzionò la pianta attribuendole virtù vulnerarie, ossia curative di piaghe e ferite. L'opera è intitolata “Neu volkommen Krauter Buch”. L'esemplare posseduto dalla Biblioteca “La Vigna” fu stampato a Offenbach, in Germania, nel 1731 dallo stampatore Johann Ludwig Konig. Si tratta di un'edizione piuttosto rara: in Italia risulta infatti l'unico esemplare censito. Sono due tomi di grandi dimensioni (il secondo e il terzo volume sono rilegati insieme) recanti una legatura con assi in legno ricoperte di cuoio marrone. Il dorso presenta una ricca decorazione impressa in oro e un tassello con il titolo.
Il primo volume è introdotto da un frontespizio tipografico stampato ad inchiostro rosso e nero, preceduto da un frontespizio calcografico riccamente decorato da una cornice figurata. L'erbario contiene la descrizione botanica e l'indicazione delle virtù di oltre 2300 erbe ed è corredato da altrettante incisioni silografiche che avevano lo scopo di permettere il riconoscimento dei vegetali.
Il tarassaco è un'erba molto comune e facile da trovare. Cresce nei prati, nei campi e ai margini delle strade fino ai 2000 metri. È preferibile raccogliere le giovani piante tra gennaio e marzo, prima della fioritura. In cucina, oltre alle foglie, vengono utilizzati anche i boccioli, nei primissimi stadi di sviluppo, i fiori e la radice, quest'ultima da cogliere nell'autunno avanzato.
Nella tradizione culinaria vicentina il dente di leone occupa un posto di rilievo. È utilizzato in insalate, risotti, frittate e zuppe, lessato o “in técia". In realtà il tarassaco non avrebbe bisogno di tanti condimenti. Come ricorda Michela Cariolaro nel quinto numero de “La Vigna News" (consultabile on-line sul sito della Biblioteca), dedicato alle erbe spontanee del territorio vicentino, il tarassaco era in passato un piatto povero, cucinato dalle famiglie di contadini che non avevano nè occasioni nè mezzi per preparare cibi più pregiati. Era semplicemente stufato con pancetta e aglio o, il più delle volte, lessato.
Anche il decotto ha trovato in passato impiego come rimedio per una grande varietà di mali, dall'itterizia alla tisi, ma soprattutto veniva usato per le sue proprietà depurative e blandamente lassative, come d'altronde accade tutt'oggi con le numerose tisane a base di tarassaco che si trovano in commercio.
Tanto è stato valorizzato dalla fitoterapia moderna, che oggi si sente addirittura parlare di tarassacoterapia: stimolante dello stomaco, del pancreas e dell'appetito, lassativo, diuretico, anti-scorbutico, anti-diabetico, previene la calcolosi, migliora la circolazione del sangue negli organi del bacino, interviene in vario modo nei disturbi del fegato... insomma, una vera panacea contro moltissimi mali.
Alessia Scarparolo
Messo da parte sino al XVI secolo oggi è basilare nella cura di molte malattie e nel mantenimento del benessere. E poi c’è il miele
Il tarassaco è, tra le piante erbacee, quella che può contare il maggior numero di nomi attribuitigli dalla tradizione popolare: “dente di leone” per la somiglianza delle foglie ai denti del re degli animali; “barba del Signore” e “soffione” per il caratteristico pappo (il ciuffo di peli bianchi) che ogni bambino si diverte a soffiare via; “piscialetto” per i suoi effetti diuretici. In Veneto è anche chiamato “radicio de campo”, “brusaoci” per l'effetto irritavivo che i pappi provocano a contatto con gli occhi, “brusaculi” quando la caratteristica azione lassativa è un po' troppo persistente e “pissacan” perchè i cani se ne nutrono quando hanno bisogno di depurarsi.
In una tavola monografica sul tarassaco, Galliano Rosset, studioso e illustratore delle tradizioni popolari vicentine, fornisce un simpatico aneddoto sul nome dialettale. La pianta, oltre che dai cani, sarebbe stata usata anche dai contadini e dai braccianti e, dato il suo potere diuretico, li avrebbe costretti a fare spesso pipì, trasformando il veneto “pissacan” in un bonario imperativo che accomunava uomini e animali: “Pissa... can!”.
Taraxacum officinalis è invece il nome scientifico della pianta che deriva dall'arabo Tarahs'aqun. Quest'ultimo deriva a sua volta dal persiano Talkh-chuk, che significa “erba amara", “cicoria". Un'altra ipotesi farebbe derivare il nome dal greco taraxis (turbamento) e akos (rimedio) con l'allusione al potere benefico dell'erba.
Il tarassaco, originario dell'Europa e dell'Asia Settentrionale, appartiene alla famiglia delle Composite. Le foglie, basali e disposte a rosetta, sono lunghe e profondamente dentellate. I fiori sono gialli e formati da minuscoli capolini, si innalzano su un gambo tubolare non ramificato alto fino a 50 cm. Dopo la fioritura si trasformano nei caratteristici soffioni (pappi) con tanti piccoli semi piumati che, trasportati dal vento, possono raggiungere grandi distanze. La radice è robusta e fittonante. Tutta la pianta, se spezzata, emette un lattice bianco e appiccicaticcio, molto amaro, ma ricco di principi attivi.
Sembra che il tarassaco non fosse ritenuto importante nell'antichità, almeno in Europa, tanto che nessun testo ne parla fino al XVI secolo. Il botanico e medico tedesco Hieronymus Bock (1498–1554) ne fornisce una descrizione dettagliata nell'erbario intitolato “Das Kreütterbuch”, nel quale descrive le proprietà curative del tarassaco, ma parla anche di una lozione cosmetica ottenuta da foglie e radici. Nel Cinquecento le lozioni a base di tarassaco venivano infatti usate dalle donne per schiarire la pelle e attenuare le lentiggini. Successivamente anche Jacob Theodor, conosciuto come Tabernaemontanus (1525-1590), medico tedesco, discepolo dello stesso Bock, menzionò la pianta attribuendole virtù vulnerarie, ossia curative di piaghe e ferite. L'opera è intitolata “Neu volkommen Krauter Buch”. L'esemplare posseduto dalla Biblioteca “La Vigna” fu stampato a Offenbach, in Germania, nel 1731 dallo stampatore Johann Ludwig Konig. Si tratta di un'edizione piuttosto rara: in Italia risulta infatti l'unico esemplare censito. Sono due tomi di grandi dimensioni (il secondo e il terzo volume sono rilegati insieme) recanti una legatura con assi in legno ricoperte di cuoio marrone. Il dorso presenta una ricca decorazione impressa in oro e un tassello con il titolo.
Il primo volume è introdotto da un frontespizio tipografico stampato ad inchiostro rosso e nero, preceduto da un frontespizio calcografico riccamente decorato da una cornice figurata. L'erbario contiene la descrizione botanica e l'indicazione delle virtù di oltre 2300 erbe ed è corredato da altrettante incisioni silografiche che avevano lo scopo di permettere il riconoscimento dei vegetali.
Il tarassaco è un'erba molto comune e facile da trovare. Cresce nei prati, nei campi e ai margini delle strade fino ai 2000 metri. È preferibile raccogliere le giovani piante tra gennaio e marzo, prima della fioritura. In cucina, oltre alle foglie, vengono utilizzati anche i boccioli, nei primissimi stadi di sviluppo, i fiori e la radice, quest'ultima da cogliere nell'autunno avanzato.
Nella tradizione culinaria vicentina il dente di leone occupa un posto di rilievo. È utilizzato in insalate, risotti, frittate e zuppe, lessato o “in técia". In realtà il tarassaco non avrebbe bisogno di tanti condimenti. Come ricorda Michela Cariolaro nel quinto numero de “La Vigna News" (consultabile on-line sul sito della Biblioteca), dedicato alle erbe spontanee del territorio vicentino, il tarassaco era in passato un piatto povero, cucinato dalle famiglie di contadini che non avevano nè occasioni nè mezzi per preparare cibi più pregiati. Era semplicemente stufato con pancetta e aglio o, il più delle volte, lessato.
Anche il decotto ha trovato in passato impiego come rimedio per una grande varietà di mali, dall'itterizia alla tisi, ma soprattutto veniva usato per le sue proprietà depurative e blandamente lassative, come d'altronde accade tutt'oggi con le numerose tisane a base di tarassaco che si trovano in commercio.
Tanto è stato valorizzato dalla fitoterapia moderna, che oggi si sente addirittura parlare di tarassacoterapia: stimolante dello stomaco, del pancreas e dell'appetito, lassativo, diuretico, anti-scorbutico, anti-diabetico, previene la calcolosi, migliora la circolazione del sangue negli organi del bacino, interviene in vario modo nei disturbi del fegato... insomma, una vera panacea contro moltissimi mali.
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