LA CURIOSITÀ. Nato per gioco, un suo libretto raccontava la pasta
IL BASSANESE VITTORELLI  ELOGIAVA COSÌ LA PASTASCIUTTA
Alessandra Balestra
Il suo poemetto ottenne un successo strepitoso: edito nel 1823, fu ripubblicato 37 volte. Il menu del pranzo di nozze di Pulcinella è alla base della trama

“La maccheroneide” è il titolo del poemetto che il bassanese Jacopo Vittorelli scrisse nel 1823, tutto dedicato alla pasta. Venne recitato dal poeta stesso durante una piacevole serata fra amici: in quell'occasione ognuno era tenuto a lodare in versi una qualche vivanda saporita. Nato per gioco, il volumetto fu invece edito ben 37 volte. «Io narrerò – scrive Vittorelli - la sconosciuta origine della famosa pasta maccheronica, togliendola al silenzio e a la rubigine per celebrarla sulla cetra armonica».
A giudicare dal successo ottenuto sembra proprio che ce l'abbia fatta. La sua storia narra di Pulcinella, famosa maschera napoletana, e di Simona, una giovane e bellissima ninfa. I due si innamorarono perdutamente al primo sguardo e si sposarono. Avendo tutti saputo del lieto evento, essi decisero di organizzare un grande banchetto per festeggiare: «Seppe l'invito tanta gioia accendere – recita Vittorelli - che tutto quanto il vicinato strepita … quei col robbone, e queste con la ventola, escono per mangiare a l'altrui pentola».
Come sfamare tutti quegli invitati? Il bravo Pulcinella, senza perdersi d'animo, “farina dal buratto, acqua dal rivolo piglia, e va meditando un capo d'opera. Fa un bel pastone in men ch'io non descrivolo, quinci a stenderlo in falde egli si adopera: poscia in tondi cannei le raggomitola, e quei cannelli maccheroni intitola!»
In breve tempo riuscì così ad organizzare un vero e proprio pranzo di nozze... a base di pasta. Rigorosamente con burro e formaggio. L'aveva detto, prima di Vittorelli, Camillo Cateni nella sua “Cicalata in lode dei maccheroni” stampata a Firenze nel 1808: «I maccheroni si contentano per tutto loro scialo d'un poco di burro e d'un poco di formaggio».
Pochi anni prima, infatti, anche Cateni era stato scelto dai suoi amici per allietare una festa verseggiando. In quell'occasione, oltre ad illustrare la nobiltà della pasta, egli raccontò l'origine dello strumento che le dà vita: il mattarello.
Lo scettro di Giove, la verga degli antichi filosofi, la clava di Ercole e il caduceo di Mercurio altro non erano, secondo Cateni, che mattarelli, “certi e distintivi contrassegni di padronanza e sopraeminenza, poiché fare i maccheroni e distribuirli agli altri è un segno di autorità e dominio: si dice infatti, di chi comanda, che il tale ha la mestola in mano. Il mattarello, spiega il poeta, deriva dalla voce “mactus” cioè “magis auctus”, che vuol dire ricolmo, esuberante e si usava sempre in senso onorifico e glorioso.
IL TERMINE. Da dove ha origine il nome “maccheroni”?
Cateni racconta che molti lo fanno derivare dal greco “makarìa” che significa beatitudine, felicità. Maccheroni in questo caso significa “vivanda che consola, che felicita, che rallegra”.
Altri, tra cui Egidio Menagio (erudito e poeta francese, nato ad Angers nel 1613 e morto a Parigi nel 1692) fanno derivare la parola maccheroni da “macca” o “macco”, che significa in toscano, lingua che lui amava molto, “abbondanza”.
Una leggenda racconta che un tale a cui piacevano i maccheroni, “vedendosene portare davanti un grosso piatto – racconta Cateni - cominciasse ad esclamare: Voi non mi siete cari, ma caroni!” e da lì in poi si siano cominciati a chiamare “maccaroni” e successivamente “maccheroni”.
Cateni scommette invece che essi derivino dal latino “Machaonii”, cioè inventati o suggeriti da Macaone, celebre medico e figlio di Esculapio che accompagnò i greci all'assedio di Troia e che poi si lasciò uccidere da Euripide.
Per questo motivo il loro vero significato sarebbe “medicinali”.
Scrive Cateni: “Solo voi mi permetterete ch'i' vi faccia una riflessione sul nome di Maccherone, ed è che io valuto moltissimo la sua desinenza in “one”, perchè trovo che tutte le parole che finiscono in “one” denotano sublimità, primato, pregio, grandezza, prerogativa”.
Infatti – dice- “il re dei venti non è l'Aquilone? E il re degli animali il Leone, il più bello tra gli uccelli il Pavone, il più delicato dei pesci (dal quale si ricava il prezioso caviale) lo Storione?”
Inoltre, il frutto più utile al corpo, detto da sempre “malum medicum” è il Limone. E, come se non bastasse, il più bello fra i mortali fu l'Adone. Il re degli egiziani? Faraone. E chi conquistò il vello d'oro se non Giasone?
Alcuni fanno derivare il termine da “macco”, vocabolo che oggi descrive la polenta di fave, più in generale una pappa di cereali o di legumi che – racconta Enrico Carnevale Schianca nel suo articolo Maccheroni e poesia maccheronica del 2009 – ha costituito per lungo tempo il cardine dell'alimentazione popolare, tanto da acquisire una valenza semantica prossima al pane.
Il mediterraneo “makka”, che sta alla radice del latino volgare “maccare”, significa “ammaccare” e anche “impastare”. Da qui, la pasta.


Folengo rese celebre la “poesia maccheronica”

Perchè si chiama “poesia maccheronica”?
La poesia maccheronica nel Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortellazzo e Paolo Zolli del 1999 è definita “un idioma grossolano, il cui lessico consiste di vocaboli latini, volgari e dialettali, ma flessi alla latina, in uso specialmente in opere burlesche nel XVI e XVII secolo”.
Questo termine, spiega Enrico Carnevale Schianca, deriva chiaramente da “maccherone”.
Teofilo Folengo, poeta da tutti conosciuto come Merlin Cocai, nato a Mantova nel 1491 e la cui tomba si trova ancora a Campese, vicino a Bassano del Grappa, dove morì nel 1544, affermò di essere stato il primo ad utilizzare lo stile della poesia maccheronica. Il primo vero inventore fu invece Tifi Odasi, nome d'arte di Michele di Bartolomeo degli Odasi, poeta padovano (originario però di Martinengo, nel bergamasco) morto nel 1492, un anno dopo la nascita di Folengo: lo afferma il biografo Bernardino Scardeone nel 1560. “Macaronea” è il titolo del poemetto di Odasi che lo ha reso celebre in cui egli parla di “macaronea secta” descrivendo il gruppo del quale faceva parte, una brigata godereccia (che alcuni hanno identificato con l'Accademia Cosmicana fondata a Padova dal poeta Niccolò Lelio Cosmico, amico di Odasi) il cui capo non faceva che mangiare ad ogni pasto un'enorme zuppiera piena di maccheroni. Nella poesia di Tifi Odasi il maccherone compare frequentemente ed è probabile che fosse già a quel tempo il simbolo di questa “secta”: per tale motivo il poeta – scrive Schianca- “ne fece l'oggetto di ripetute allusive citazioni nel suo componimento farsesco”. La forma “macaroneus” divenne poi “macaronicus” con il Folengo, che la usò come attributo del suo stile. AL. BAL.