IL VINO. Affinato in acciaio e prodotto in ottomila pezzi, metà da 75 cl e altri quattromila da 50

Tai per un “bere consapevole”
Cambiano i consumi e Le Pignole allarga l’offerta di mercato

Si chiama Creorosso ed è l’ultimo nato della Cantina “Le Pignole” di Brendola: un Tai rosso affinato in solo acciaio, immesso nel mercato (ed è questa una delle novità più significative) anche nel formato da 50 centilitri. Segnale chiaro verso un consumo più consapevole? Strizzatina d’occhio alle clienti in rosa? O dedica particolare alle coppie al ristorante? Qualunque sia il motivo, ben vengano le “mezze bottiglie”: anzi, l’enologia italiana dovrebbe proporle con maggiore convinzione.
Ma la confezione non distragga dal contenuto, perché questo Tai dell’azienda di Paolo Padrin e Gianna Bortolamai è un vino di tutto rispetto: colore rubino inteso e profumo in cui predomina la frutta a bacca rossa, accompagnata da note speziate di liquirizia e pepe.
In bocca offre un buon equilibrio tra acidità, tannicità e persistenza.
La scelta dei vigneti e le rese non abbondanti (ottanta quintali per ettaro), fanno sì che il Creorosso mantenga una gradazione alcolica del 12,5%, ma al tempo stesso conservi i caratteri tipici del Tai. Struttura e freschezza non sono un ossimoro, talvolta.
«La nostra ricerca sul Tai dura da molto tempo», spiega Paolo Padrin. «D’altra parte il nostro è un terreno vocato per i rossi, grazie ai sedimenti marini che danno sapidità al vino. Oggi il consumatore è alla ricerca di vini più facili da avvicinare rispetto al passato e in questo senso Creorosso ha una beva assolutamente piacevole e invitante. Ma la sua vera qualità va ricercata nell’originalità, in un modo nuovo di interpretare questo vitigno.»
Del resto, proprio l’interpretazione dei vitigni è fra gli obiettivi d’eccellenza de “Le Pignole”, da sempre votata alla valorizzazione delle espressioni dell’area dei Colli Berici, E sugli autoctoni in particolare, la premiata ditta Padrin-Bortolamai, con l’enologo Domenico Frigo, ha già sperimentato con successo il Toréngo, l’altro Tai, forse ancor più complesso del Creorosso, affinato in botti di rovere, e il gradevole Sisàra, da uve Garganega. La tradizione, per l’azienda di Brendola, non si traduce peraltro solo nella valorizzazione degli autoctoni, ma in tutto un retroterra, diciamo così, di recupero “storico-culturale”. Per riprodurre le peculiarità delle uve più antiche sono stati infatti ripescati i tralci delle vigne più vecchie, reinnestate su ceppi più giovani.
Prodotto in ottomila esemplari, equamente suddivisi tra la versione da 0,75 e quella da 0,50, figlio di vigneti distribuiti tra i comuni di Brendola e Altavilla, Creorosso conferma quanto il territorio berico possa ancora esprimere e quanti passi avanti abbia fatto l’enologia vicentina nella valorizzazione degli autoctoni. Ma non basta: la strada da fare è ancora lunga e le sfide all’orizzonte sono numerose.