Tra fascismo ed antifascismo
Riceviamo e pubblichiamo uno scritto di Gigi Dossi in risposta a un precedente scritto di Benito Tagliaferro, visto che non è stato pubblicato dal Giornale di Vicenza. Nell'occasione riprendiamo e pubblichiamo in questa sezione tutto il gustoso dibattito tar i due nostri concittadini. Con un inserto anche di Francesco Binotto, altro Duevillese.
Una delle pungenti lettere di Benito Tagliaferro al giornale di Vicenza
Mi pare di aver sempre dimostrato di volermi confrontare democraticamente con tutti. Per regola personale rispetto gli altri, sono portato a ragionare. Alle frecciate, alle argomentazioni esacerbate risp ondo con franchezza, senza offendere. Se qualcuno mi attacca in modo arrogante, oltraggioso non sopporto remissivamente e lo pago con la sua stessa moneta.
Quando scrivo di certi episodi, con cognizione di causa, sono rigorosamente documentato, a tutela della mia dignità e, principalmente, in rispetto delle migliaia di combattenti della R.S.I. caduti combattendo contro gli angloamericani e le bande comuniste di Tito. Ciò premesso, entro in argomento.
A seguito di due mie lettere risalenti ancora a qualche tempo fa mi sono trovato assediato, in mezzo al fuoco incrociato di ben cinque rabbiosi, impertinenti avversari, gente che non cambia mai e non accetta di essere contraddetta. Non posso attendere rinforzi e, imperturbato, affronto l’impari lotta.
Sgombro subito il campo dall’ultima arrivata, firmata dal signor Mario Dalla Palma. Per come scrive mi fa supporre che si tratti di un giovane assimilabile ai contestatori di Pansa, che lui chiama “un certo” Giampaolo Pansa e le sue opere “libretti” che gli fruttano bei soldini. Certamente motivazioni di verità sono collegabili a un remunerativo successo editoriale. E i libri degli scrittori resistenziali, trattati ponderosamente, che il signor Dalla Palma probabilmente avrà letto, non fruttano fior di palanche?
Non è quello il punto, il signor Mario soffre perch 33; la diga, costruita in difesa del “Mito resistenziale” incomincia a cedere e la prima grande crepa si è aperta coi libri (non libretti) di Pansa, che denunciano una sanguinosa realtà, la natura di certa Resistenza, soprattutto comunista, che viene imputata di massacri a guerra finita. Il resto della lettera è talmente deprimente e mi fa veramente compassione. Vorrei mandarlo al diavolo, ma indugio ancora un po’. Lui crederà di essere molto intelligente e di aver fatto colpo, ma si è palesato un infatuato esibizionista che dimostra pochezza d’ingegno, esternando grossolanamente tutta una serie di balordaggini. Lo consiglio di leggere il resto della mia lettera, servirà a chiarirgli le idee.
È ora il turno della lettera, sorprendentemente pubblicata dopo quasi due mesi, firmata da Francesco Binotto. L’ingenuo credulone, convinto di saperla lunga, vorrebbe negare la veridicità del mio racconto dell’assassinio di Francesco Azzolin a seguito di un vile agguato partigiano. Gli concedo la buona fede e gli faccio, senza indugio, una proposta: ci rechiamo a far visita alla famiglia Azzolin che, con grande serenità, potrà raccontargli, per filo e per segno, la tristissima vicenda. Il contrasto sarebbe potuto finire qui, ma devo chiudere il conto con costui, che istericamente si è arrabbiato perch é il giornale, secondo la sua testa, avrebbe dato troppo spazio alla mia lettera.
Ci ha pensato il direttore a sistemarlo per le feste. Il pivello, di punto in bianco, si improvvisa storico, procede con i paraocchi, pretende di insegnare a me la Storia, ma uno non può dare ciò che non ha. Si adegua passivamente alle idee, ai metodi degli storici antifascisti resistenziali, che falsano o inventano la Storia a proprio uso e consumo. Non vale la pena che mi soffermi, lo lascio cuocere nel suo brodo. Mi limito a dire che l’8 settembre non c’è stato armistizio; armistizio vuol dire “le armi sostano” e a determinate condizioni. Ma si è trattato di una resa senza condizioni, con rovesciamento del fronte e continuazione della guerra dalla parte opposta. Il re, svignandosela, ha ignominiosamente abbandonato il suo esercito e il suo popolo. È toccato alla R.S.I. il compito di governare l’Italia non ancora occupata, travagliata da enormi, crescenti difficoltà, esposta ai devastanti bombardamenti degli angloamericani, che decollavano dagli aeroporti del Sud e quel governo, lustrascarpe, che forniva loro supporto logistico.
È la volta del dott. Antonio Nicolussi, presidente dell’A.N.P.I. di Thiene e vicepresidente provinciale di Vicenza (Ohe! Con lui non si scherza!). Suscita curiosità il fatto che sia stato d elegato alla prestigiosa carica, tenendo conto che nel periodo bellico era un ragazzo. Insolentemente protesta perché, giudicandola col proprio cervello, la lettera “a dir poco indegna del noto fascista Benito Tagliaferro” non doveva essere pubblicata, insinuando allusioni e ipotesi maligne (un covo fascista da chiudere?) e assolutamente fuori tema, un totale delirio.
Che contraddizione per un rappresentante di coloro che avrebbero lottato il fascismo per la libertà. Che ammirevole coerenza! Soddisfacente la ferma replica del direttore che, data la propria delicata posizione, si è comportato con efficacia e diplomazia. Il compagno mi dà del fascista credendo di insultarmi, tutt’altro. Ma per “fascista” il nostro cosa intende? Attribuisce alla parola un significato inappellabilmente spregiativo: un individuo turpe, una sottospecie umana. Per conseguenza, ecco apparire sui muri (anche su quelli delle chiese) le atroci scritte: “Morte ai fascisti”, “Uccidere un fascista non è reato”, giovinastri che espongono a Schio l’infame striscione “7 luglio 1945 giustizia è fatta”, quei grotteschi nipotini di Stalin, contestatori di Pansa, che, in riferimento al famigerato “Triangolo della morte”, in cui i partigiani comunisti consumarono infinite atrocità, ostentare un cartello con su scritto “Triangolo rosso nessun rimorso”. Si comportano in tal modo, perché cattivi maestri hanno insegnato loro così.
E mi avvicino agli altri due, pezzi grossi, che affiatati, hanno corso in tandem: Mario Faggion, presidente provinciale dell’A.N.P.I. e Giulio Vescovi, idem del C.V.L. Battendo la grancassa, puntigliosamente raccontano sempre la solita tediosa storia, dimostrando di non saper leggere altro che nel proprio libro. La solita stucchevole velina; si cambia la data ed eventuale premessa e, voilà, il gioco è fatto. Sarò malizioso, ma penso che non possano essere co nvinti manco loro.
Inizialmente vi si legge: «Non vogliamo prendere in considerazione la riproposizione del consueto frasario, che appartiene all’ultimo periodo della R.S.I. di Salò». Dichiarazione assolutamente non riconducibile a mie affermazioni, una ingannevole invenzione, una falsità. Leggere e non capire è come non leggere, ma loro fanno finta di non capire. In realtà non hanno voluto, clamorosamente, prendere in considerazione le mie inoppugnabili affermazioni, di cui mi assumo, come sempre, piena responsabilità. Ma come! Ho pesantemente deriso le formazioni partigiane, ho scritto di partigiani ladri e assassini, di epiche battaglie contro un nemico inesistente, mai combattute. Cosa dovevo dire di più per attirare la loro attenzione, per stanarli?
Di qui in avanti mi rivolgo, disgiuntamente, al prof. Vescovi. Io ignoro la sua militanza resistenziale. Il mio passato militare, documentato e verificabile, è quello di “un ragazzo di Salò” chiamato, diciottenne, al servizio obbligatorio di leva: 15 mesi più un anno di P.O.W., prigioniero di guerra in mano degli inglesi, tutto cancellato da un democratico segno di penna. E così, dulcis in fundo, replica della leva al 6° Rg. Alpini, Battaglione Bolzano. La mia parte di sofferenza l’ho avuta, non sono un eroe, non sono tormentato da rimorsi e non intendo indulgere a recriminazioni.
Se penso alle immani tragedie succedutesi mi ritengo fortunato, ho portato a casa la pellaccia. Il dott. Vescovi è pure lui alpino e dovrebbe ricordare un fatto, che non esito a definire storico: il commovente abbraccio tra i partigiani di Arzignano e gli alpini della Monterosa, particolarmente applauditi dal pubblico, con la partecipazione delle autorità, sindaco in testa con il nostro presidente Galvanin. Certamente saprà che la nostra Associazione Nazionale Alpini li ha riconosciuti, considerandoli Alpini d’Italia, come tutti gli altri.
La divisione alpina Monterosa ha fatto parte dell’esercito repubblicano della R.S.I., da me rappresentato. Parimenti, i nostri rappresentanti mil itari, da sempre si sono incontrati con quelli dell’esercito del Sud, uniti da un reciproco sentimento di fratellanza. Il mio costante impegno per una doverosa, indilazionabile rappacificazione è confermato nel finale della mia precedente, contestata lettera: “Sarebbe l’ora di conoscere tutta la verità, senza riferimenti nostalgici, senza dare spazio al rancore, all’insegna della rappacificazione”.
Caro prof. Vescovi, io ho 81 anni, lei 85. Senza aspettare più, se lei è d’accordo, incontriamoci per conoscerci, per confrontarci, per capirci, con l’auspicio che si possa dissolvere ogni incomprensione con una leale stretta di mano. Io ci credo.
Benito Tagliaferro
Presidente Provinciale Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci R.S.I.
Lettere al giornale di vicenza 31 ottobre 2006
Ancora su fascismo e Resistenza. «Il signor Tagliaferro non si rende conto di quel che è stata la Repubblica Sociale Italiana»
Sono anch’io, come tanti, un lettore del Giornale di Vicenza e non condivido la scelta di pubblicare una lettera come quella del signor Tagliaferro, presidente provinciale raggruppamento nazionale combattenti e reduci RSI, non perché sia contrario al confronto, al dibattito, tutt'altro.
Il fatto è, a mio avviso, che come nel caso della lettera del 5 settembre è stata evidenziata con un titolo a caratteri doppi delle altre per farla notare maggiormente mentre nel merito non fa informazione obiettiva. Finchè viene citata la pagina 32 del Giornale di Vicenza del 13 gennaio 2006, a firma del prof. Giordano Dellai, si s ta ai fatti, quando poi, a metà lettera, si ricollega al sanguinoso agguato di Fara Vicentino, causa scatenante dei 3 più 5 morti, il signor Tagliaferro non si è procurato le informazioni attendibili, tali da portarlo a conoscere con la maggior precisione possibile lo svolgimento dei fatti, altrimenti avrebbe fatto riferimento a quanto scritto da don G. B. Faresin ne “Il Pianto di Maragnole” del 1946.
La morte accidentale dell’agricoltore Azzolin Francesco di Giovanni, il cui nome è inciso nel sacello di Granezza dedicato ai partigiani caduti durante la resistenza, è stata sicuramente una tragedia: e quella dei 5 giovani, dei quali 2 minorenni, cosa è stata? Un conto era la lotta partigiana, altra cosa erano le rappresaglie, le esecuzioni sommarie, le violenze, le sopraffazioni sugli indifesi, anziani, donne, familiari.
Ma, il signor Tagliaferro non si è reso conto che la Repubblica Sociale Italiana è stata un simulacro, un fantasma di stato, riconosciuto solo dalla Germania di Hitler, che l’aveva inventato e costituito a suo uso ed abuso, dopo aver liberato il duce dal Gran Sasso? Ora il fascismo agli inizi, del 1922, se in parte è stato un movimento di massa, di protesta, è stato poi una dittatura: ricordiamo che il duce non è stato eletto, che ha abolito i partiti, la libertà di stampa, emanato le leggi razziali, ha avallato, se non promosso, il delitto Matteotti ed altre cose che sarebbe lungo elencare, ma che abbiamo più o meno tutti letto, imparato.
Sarebbe utile a tutti e per tutti per un confronto serio in generale che leggessimo la storia. Il 25 luglio 1943 la dittatura era finita, con il voto di sfiducia del Gran Consiglio, non da un parlamento democraticamente ele tto, esautorato e sciolto dal Duce. Lo Stato Italiano, dopo la data fatidica del 25 luglio, si era dato un governo, sia pure debole e discutibile, riconosciuto da tutti. Ecco perché la creazione della RSI è stata un errore madornale, sotto tutti i punti di vista: si creava di fatto uno Stato nello Stato, si innescava una guerra civile dalle inimmaginabili conseguenze, mettendo fratelli contro fratelli. Come si poteva pensare di poter governare un paese dividendolo e lasciandone di fatto intere regioni in mano ai tedeschi, Trentino Alto Adige, Belluno, Venezia Giulia.
Venendo alla lettera del signor Tagliaferro, oggetto per questa risposta, a mio avviso il Giornale di Vicenza si è prestato ad una forma di disinformazione, pubblicando una lettera che, a mio avviso, chiarisce poco e confonde anche quel poco che è chiaro, che è stato chiarito nel tempo, dalle letture, dalle documentazioni, dalle ricerche. Sarebbe auspicabile stare maggiormente al disopra delle parti e cercare di fare chiarezza, cercando di dare gli oggettivi elementi delle vicende interessate.
Francesco Binotto
Dueville
(nota del diretore) Benito Tagliaferro è uomo di parte, e non si fatica a capirlo. Ha le sue idee, e le dice e le scrive. Il Giornale le pubblica nei limiti del possibile (inteso come spazio), ma non fa assolutamente il t ifo (non è nel suo stile), tanto meno attraverso titolazioni che solo i dietrologi di professione possono ritenere mirate. Anche lei, caro Binotto, è uomo di parte. È convinto di essere nel giusto, ma anche Tagliaferro lo è. Il bello della... diretta è proprio questo. Godiamocelo, tenendoci alla larga da isterismi e interpretazioni fuori luogo.
Lettere al giornale di vicenza 9 gennaio 2007
Da anni leggiamo la rubrica “Lettere al direttore” e abbiamo notato che almeno da sei anni, con frequenza regolare, le scrive il signor Benito Tagliaferro, che si firma come presidente provinciale Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci della Repubblica Sociale Italiana - a tradurre: presidente provinciale dell’ala “dura e pura” di quei pochi italiani che, dopo l’8 settembre 1943, hanno ritenuto “onorevole” e giusto continuare ad obbedire a Hitler e Mussolini.
Come ricorda con chiara sintesi Nuto Revelli, la seconda Guerra Mondiale, per noi italiani, è stato il conflitto delle due guerre: della guerra fascista (1940-1943), in cui il popolo italiano è stato trascinato dalla follia fascista sul fronte occidentale, su quello greco-albanese, in Africa orientale e settentrionale e infine, ancor più tragicamente, sul fronte russo; e della guerra di Liberazione (1943-1945), che ha significato il riscatto di un’intera nazione dopo due decenni di dittatura fascista.
L’8 settembre del 1943, l’armistizio concesso dalle potenze occidentali segnò per l’Italia non solo il giorno della sconfitta militare, ma l’inizio del più drammatico per iodo della sua storia contemporanea. Esso venne preceduto dal crollo istantaneo del regime, con la caduta del dittatore, il 25 luglio, ad opera dello stesso Gran Consiglio del Fascismo. Seguì l’accettazione delle dimissioni e la sostituzione di Mussolini da parte del Re, suprema autorità dello Stato.
L’8 settembre 1943 inizia ufficialmente l’invasione tedesca dell’Italia e per volontà di Hitler nasce subito dopo la Repubblica Sociale Italiana. Uno stato satellite e collaborazionista, in tutto simile a quelli sorti in altre parti d’Europa dopo le invasioni tedesche. Una entità statale illegittima, riconosciuta infatti dalla sola Germania; che non ha neppure una vera e propria capitale, perché i tedeschi stabilirono la sede dei diversi ministeri distribuendoli in varie città e paesi; che non ha nemmeno una forza armata unitaria, in parte per volontà dei tedeschi (il generale Keitel aveva dichiarato «Il solo esercito che non ci tradirà è un esercito che non esiste»), in parte a causa delle divisioni esistenti tra i vari “ras della guerra”; uno pseudostato che non ha l’appoggio di un suo popolo, vedi i 700 mila internati militari italiani che dai lager hanno gridato il loro “NO!”, l’esigua adesione volontaria ai bandi di leva e di richiamo alle armi e soprattutto una po polazione che, quando non diventa militante, costituisce “quel tessuto vivo di connivenza, di conforto morale, di adesione spirituale e di ausilio materiale, che consentì alle formazioni partigiane di pianura e di montagna di poter combattere la loro lotta” militarmente impari; uno stato che non ha giurisdizione su nulla, perché sia l’amministrazione civile, sia le operazioni belliche, restano sotto il controllo ferreo dell’autorità militare tedesca; uno stato che ha accettato senza reagire che il suo “alleato” mutilasse il territorio nazionale italiano, annettendo alla Germania alcune province ex asburgiche, dove Trento, Bolzano e Belluno vanno a costituire l’Alpenvorland e Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, l’Adritisches Küsterland; altro che «se nella Venezia Giulia, nel Trentino, non ci fossero stati i repubblicani della RSI a difendere il sacro suolo d’Italia...»!
Nel primo “land” venne vietato anche il semplice accesso ai reparti della Repubblica di Salò; nel secondo, quelle unità vennero ammesse, ma in funzione anti-slava ed anti-partigiana; esse furono presto abbandonate al loro destino: molti di quegli uomini finirono per sacrificarsi, nel tentativo di difendere l’italianità di quelle terre dalle mire espansionistiche del maresciallo Tito, “abbandonati m iseramente a morire come cani!” da tedeschi e gerarchi fascisti - questi ultimi già rei di aver accettato l’annessione di quelle terre “redente”, frutto di tanti sacrifici e di tanto sangue italiano versato nel Risorgimento, Grande Guerra compresa!
Per quanto riguarda il “tradimento italiano”, ci sembra doveroso ricordare un principio, cioè che “la fedeltà all’alleato” cui l’Italia avrebbe mancato, è più un concetto da “compagnia di ventura” di medievale memoria, piuttosto che l’elemento fondante di uno Stato moderno e indipendente, che tale vuole rimanere. E ciò in quanto il concetto di fedeltà o di alleanza non può essere scambiato per connivenza al delitto, né con l’obbedienza ai piani eversivi ed alla volontà di sopruso sulle altre nazioni manifestati dal nazismo e dal fascismo. Qualsiasi alleanza non può mai essere al di là di un limite dal quale un popolo non possa più tornare indietro.
Fatta questa premessa e tornando al signor Benito Tagliaferro, ci permetta gentilmente di esporle alcuni rilievi che, ad oggi, non ci pare siano stati evidenziati nelle numerose risposte che, in reazione, puntualmente sono arrivate.
Nella gran parte delle sue lettere il signor Tagliaferro ha come bersaglio privilegiato i Combattenti Italiani della guerra di Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo e tra essi, in particolare i partigiani, che di volta in volta sono oggetto di pesantissimi giudizi: le “bande partigiane” risultano composte da “ignobili voltagabbana”, autori di “spregevolissimi agguati”, di “autentiche stragi ed esecuzioni sommarie”; descrive le formazioni della guerriglia partigiana come “nemici che compivano autentiche azioni terroristiche spargendo terrore e morte”. Fino ad affermare che le azioni militari compiute dalle forze della Resistenza, oltretutto armate e agli ordini dagli anglo-americani, sono «vili agguati contro isolati militari tedeschi in ritirata che non davano alcun fastidio», forse confondendo l’organizzato esercito tedesco che aveva una regolare retroguardia formata dai paracadutisti, le sue truppe d’elite, e un suo piano preciso, con le armate repubblichine che disordinatamente fuggivano, o dimenticando con quanta rabbia e ferocia ambedue tentarono di ritirarsi, incalzati dalle truppe anglo-americane e dai Gruppi di Combattimento italiani, attaccati ai fianchi dai partigiani e martellati dall’aviazione alleata, costretti a disilludersi di poter costituire un nuovo fronte montano triveneto, più spesso obbligati alla resa sui passi prealpini dalle divisioni partigiane della montagna.
Non fa nessuna meraviglia che il signor Benito Tagliaferro esprima i suoi convincimenti contro la Resistenza, sconcerta piuttosto che, sia lui che i suoi giovani eredi di “Continuità Ideale”, non vogliano accettare l’evidenza, cioè, se sono padroni di esprimere il loro pensiero, per quanto “riprovevole dal punto di vista civile, storico e anche morale”, lo devono proprio al fatto che oggi viviamo in una società libera e democratica, nata dalla sconfitta del nazi-fascismo e di tutte le dittature.
Sconcerta altresì che il signor Tagliaferro termini regolarmente le sue missive con un accorato appello alla “pacificazione nazionale”; sembra non voler capire, o più probabilmente accettare, che “pacificare” non è nel senso di predicare o pretendere un livellamento dei meriti o un giudizio di parità fra le opposte tesi. Pacificazione vuol dire ascoltare e cercare di capire le ragioni degli altri, di coloro cioè che, in buona fede, si sono votati unicamente alla difesa della Patria, anche se incapaci di comprendere allora, che la loro scelta era dalla parte sbagliata ed oggi, riconoscono il valore della Liberazione e della Costituzione; in altre parole, la Patria ha bisogno, in vista di quel lungo cammino comune che ci attende, come italiani e come cittadini europei, di tutti, di chi non errò ed anche di chi ha errato, purché oggi chieda di lavorare per l’avvenire della democrazia italiana ed europea.
Purtroppo, considerato che lo stesso Tagliaferro, ha giudicato come “insensate e oltraggiose” le dichiarazioni del leder di A.N. Gianfranco Fini, che riconosceva il ventennio fascista come “male assoluto” e la Repubblica Sociale Italiana come “una delle pagine più vergognose della storia italiana”, le sue parole di invito alla riconciliazione non possono che suonare solo come vilipendio di quei valori di libertà e giustizia, di pace e democrazia, per cui hanno lottato molti suoi coetanei, e di cui oggi noi tutti ne godiamo i frutti.
Ritenendo improbabile un segno di reale ravvedimento, si può solo auspicare che il signor Benito Tagliaferro, nelle prossime inevitabili missive al Giornale di Vicenza, si limiti alla propaganda dei “valori” della Repubblica di Salò e lasci ad altre persone di sincera e buona volontà gli appelli alla fratellanza nazionale.
Pierluigi Dossi
per il Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli” di Montecchio Precalcino
Lettere al giornale di vicenza 13 marzo 2007
La risposta di Benito Tagliaferro
Caro Direttore,
martedì, contemporaneamente sono state pubblicate una mia lettera e una del signor Pierluigi Dossi, che si aggrega, seppure tardivamente, ai precedenti cinque miei avversari, non nemici, non intendo avere nemici. Confermando tutto quanto avevo scritto, non togliendo neanche una virgola, può, senza dubbio, ritenersi il sesto destinatario delle mie sacrosante bacchettate. Ma il motivo di questo mio intervento è dovuto al fatto che lunedì, 5 febbraio, sempre il signor Dossi, con puntiglio, ritorna impetuosamente in scena con una lunga lettera. Il nostro si riconferma un novello storico, che pretende di saperla lunga, non cambia registro e, infiammato di passione, si rapporta ai testi degli storici resistenziali che, spesso in malafede, travisano i fatti, la realtà. Per contro, i libri di Pansa sono per lui come un cibo sgradevole, che gli va di traverso. Dia pure sfogo ai propri sentimenti, ma devo reagire con asprezza a certe sue sconsiderate affermazioni, infarcite di malevoli inesattezze. Disinvoltamente, lancia l'atto di accusa: Benito Tagliaferro "renitente", "disertore", "imboscato".
Nella mia precedente lettera, riferendo del mio lineare percorso militare, avevo scritto anche: "Non sono un eroe (ce ne sono già troppi dall’altra parte), non ho rimorsi, ho avuto la mia parte di sofferenze e non intendo indulgere a recriminazioni". Doverosamente, devo integrare il discorso: il sottoscritto "renitente", la settimana successiva alla chiamata di leva era già a Schio, alla caserma Cella, dove erano in formazione battaglioni del Genio Lavoratori. Raggiunto l'organico, il mio battaglione era destinato a Navelli, in provincia de L'Aquila, per eseguire opere di fortificazioni e non al fronte, essendo noi disarmati: niente di militare, solo piccone e pala. Una condizione assimilabile a quella dei lavoratori ingaggiati dall'organizzazione tedesca Todt.
Senza reticenza, dico apertamente di aver evitato il trasferimento scappando a casa, senza subire conseguenze. Era un momento di generale sbandamento, di scompiglio, sia da una parte che dall'altra. Comunque, poco dopo mi sono ripresentato spontaneamente e, militarmente armato, ho prestato il mio servizio di leva nelle varie località stabilite, che per precisione elenco: Vicenza, Bertesina, Longare, Recoaro, Como, Novi Ligure e Vercelli. Il 26 aprile 1945 in una colonna di circa 3 mila uomini, bene armati, abbiamo lasciato Vercelli e come meta la Valtellina. Abbiamo attraversato paesi fino al mattino del 27 e nessuno ha osato attaccarci. Sui muri delle case avevano già disegnato la sigla del Partito Comunista con la falce e il martello. Ci siamo trovati in una brutta circostanza, senza ragguagli sulla reale situazione. Nell'attesa, abbiamo sostato a Castellazzo Novarese, ma ormai la guerra era all'epilogo. Il giorno 28 gli americani erano già a Milano, così siamo stati costretti a deporre le armi. Solo allora abbiamo avuto tutti contro, direi anche i preti. Per 18 giorni siamo stati rinchiusi nel campo sportivo di Novara. Tutto il giorno allo scoperto, senza cibo o bevande. Solo alla sera avevamo un mestolo di riso cotto nell'acqua e un pezzo di pane e formaggio, a volte rancido.
Per tutto il tempo, invariata la lista dei cibi. Il primo maggio (lo ricorderò in vita) siamo stati in balìa di alcuni partigiani, con il fazzoletto rosso al collo, che hanno bestialmente pestato a sangue molti di noi. In campo si aggiravano individui armati, a caccia di orologi, anelli, perfino scarpe. Per mezzo degli altoparlanti ogni giorno chiamavano nominativi di rinchiusi che, ignari, venivano mandati al macello. Inspiegabilmente, gli americani sono entrati a Novara solo il 16 maggio. In quella circostanza li abbiamo accolti veramente come liberatori, seppure iniziava la mia prigionia di guerra, durata fino alla fine di aprile 1946. Ecco, la succinta esposizione di come sono andate le cose all’“imboscato” Benito Tagliaferro, pure registrate nel mio foglio matricolare. Sono 14 righe annullate a tutti gli effetti, con un tratto di penna, contraddistinto dal marchio brevettato " Repubblica nata dalla Resistenza".
Non so se il signor Dossi possa essere consapevole di aver presentato uno scritto ben fornito di corbellerie. Non so a quali fonti ha attinto per dire di una paga sostanziosa i quattro soldi della paga militare. Farsesca e ridicola l'affermazione: "Sta di fatto che il signor Tagliaferro, forse per un’immagine da recuperare con la ex morosa fascista militante.". Una confusione mentale, da lasciare di stucco. Per tutto quello che ha scritto, soprattutto la virulenza del linguaggio nei miei confronti, potrei considerarlo un isterico, un soggetto da psichiatria, ma mi viene meglio fargli capire che l'ho letto con un'aria di compatimento. Caro signor Pierluigi, lei ha preso inconsultamente l'iniziativa di attaccarmi usando, nella forma e nel contenuto, modi privi di prudenza e di riflessione. Io mi sono spiegato rispondendole nella maniera più appropriata.
Benito Tagliaferro
Presidente Provinciale Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci R.S.I.
Ed ecco la documentata risposta che ci ha trasmesso Gigi e che non è stata pubblicata dal Giornale di Vicenza.
Montecchio Precalcino, 15 Maggio 2009
Egregio Direttore,
la sua rubrica del 14 marzo e del 15 maggio ha ospitato altre due lettere del sig. Benito Tagliaferro, Presidente Provinciale Raggruppamento Nazionale Combattenti e Reduci R.S.I. Due missive che rispettano gli standard cui ci ha abituato nelle sue ricorrenti e ormai ripetitive ricostruzioni nostalgiche delle vicende coincidenti con il declino della dittatura fascista in Italia e la breve ma famigerata esistenza della “repubblica di Salò”.
Egregio Direttore, dopo più di due anni, ancora una volta le chiediamo gentilmente ospitalità per poter ribadire che il continuo tentativo di mettere sullo stesso piano fascismo ed antifascismo, persino rovesciandone i meriti, è inaccettabile.
Attraverso le nostre ricerche all’interno di archivi di pubblico dominio e tra documenti spesso di fonte repubblichina, ci siamo imbattuti anche in notizie che riguardano il presidente provinciale dell’associazione che raggruppa i componenti di quelle milizie armate messe in piedi dai nazifascisti nel Nord Italia dopo l’otto settembre 1943. Notizie che, se il sig. Benito Tagliaferro non fosse stato così diabolicamente perseverante e oltraggioso, mai ci saremo permessi di ricordargli pubblicamente - in parte per la seconda volta - anche perché, di fatto la sua è una vicenda storicamente poco significativa, se non in quanto utile, come tutte, a capire le dinamiche storiche e sociali. Ma avendo avuto ripetute conferme che con i suoi interventi egli perseveri nel voler revisionare la natura di fatti consegnati ormai ai libri di storia e ciò per fini di inutile e astiosa polemica (giustamente Lei Direttore chiosa le sue ultime lettera con le frasi: “E meno male che da più parti si parla di pacificazione”; “...non riesce proprio a recedere dalle sue idee che sanno di eterna divisione. Peccato.”), vogliamo fornire ai lettori della Sua rubrica un metro di giudizio per valutare l'uomo Tagliaferro, magari proprio a quelli ideologicamente a lui più vicini.
Tagliaferro Benito di Ferruccio , nato a Dueville l’11 aprile 1925. Di famiglia fascista quasi purosangue: fascisti militanti il padre e gli zii Antonio e Mosè, il cugino Renato; ma anche un fratello (Francesco) “bandito” antifascista, che con il nome di “Falco”, comandò nel torinese un battaglione partigiano della Brigata SAP “Corrando”.
Tagliaferro Benito, matricola militare del Regio Esercito n° 38736, è chiamato alle armi dalla RSI con il Bando del 4 novembre 1943, ma non si presenta e diventa “renitente”.
Dopo più di due mesi trascorsi tra la paure dell'arresto e la vergogna famigliare, il 9 febbraio 1944, il sig. Benito Tagliaferro si presenta al Distretto Militare di Vicenza: viene destinato al 26° Deposito Misto Provinciale e assegnato al 119° Battaglione Genio Militare di Schio, Caserma “Cella”.
L'’8 marzo le reclute del 119° Btg. partono da Schio e si accasermano provvisoriamente ad Arquà Polesine per finire l’addestramento e raggiungere l’organico. Il 23 aprile 44 - prima che i reparti partano per Navelli (AQ) a realizzare fortificazioni per la nuova “Linea Caesar” il sig. Tagliaferro pensa bene di svignarsela e raggiungere Dueville da “disertore”.
Altro che "ragazzo di Salò chiamato, diciottenne, al servizio obbligatorio di leva: 15 mesi...”.
E’ inoltre necessario ricordare al sig. Benito Tagliaferro che il 119° Battaglione Genio Militare, risulta essere stato un reparto militare dell'esercito repubblichino; da sempre infatti il “Genio Militare” è un’Arma dell’Esercito, e questo in tutti gli eserciti del mondo. Che poi quel reparto repubblichino fosse disarmato, “niente di militare, solo piccone e pala. Una condizione assimilabile a quella dei lavoratori ingaggiati dall’organizzazione tedesca Todt”, e che quindi i tedeschi utilizzassero le milizie della RSI come guerrieri di bassa manovalanza, da non armare perché inaffidabili, ciò dovrebbe far riflettere soprattutto il Tagliaferro. Di certo è che lui ha disertato da quello che la RSI considerava un reparto militare a tutti gli effetti, e a riprova di come la pensavano i suoi camerati e il suo Duce, c’è la denuncia per diserzione presentata il 27.4.44 a suo carico dal Comando del 119° Btg. Genio al Tribunale Militare Regionale di Padova.
Mentre la repressione nazi-fascista si fa sempre più dura e sempre più giovani si danno alla clandestinità e entrano nel movimento resistenziale, altri si costituiscono: il sig. Benito Tagliaferro, prima delle ore 24,00 del 25 maggio 1944 (prima cioè del termine ultimo stabilito dal “Bando di clemenza del Duce” per presentarsi “ai Posti Militari e di Polizia Italiani o Germanici”, per non essere “passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”), si presenta per la seconda volta all’arruolamento, ma ora nella Guardia Nazionale Repubblicana, vicino a casa, lontano dal fronte, paga sostanziosa, morosa e famiglia felici et orgogliose. Il 25 maggio è arruolato “allievo milite”, a domanda, nel Comando Provinciale ed assegnato al Reparto Speciale in aggregazione alla 1^ Compagnia Ausiliaria “Ordine Pubblico”, presso la Caserma “Armando Mussolini” in Borgo Casale, a Vicenza; lo stesso giorno il sig. Tagliaferro presta giuramento di fedeltà - per la seconda volta - alla RSI.
Il 16 giugno 1944, passa effettivo alla Compagnia GGR (Guardia Giovanile Repubblicana o GGL, del Littorio, chiamata anche “Compagnia Giovani), un reparto nato a Vicenza nel febbraio '44, che tra i suoi compiti ha i servizi di scorta, l’ordine pubblico e soprattutto i rastrellamenti (cioè quelle operazioni “maschie e guerriere” dove si è almeno 10 contro uno e “sotto le sottane” dei tedeschi, dove le prede preferite sono i feriti, i vecchi, le donne e i bambini, e l'anti-stress più utilizzato è bruciare le case della povera gente). Difatti, la GGR di Bertesina partecipa il 5 luglio al rastrellamento in Val Chiampo, poi ad Alte Ceccato, alla Cascina Bassanello alle porte di Padova e alla Stanga di Vicenza, ancora a Montecchio Maggiore e a Malo, poi l'11 agosto si rastrella a Montecchio Precalcino, il 22 agosto ancora a Selva di Trissino, il 1 ottobre a Monteviale …, queste sono solo alcune delle loro bravate.
Ai primi di ottobre del ’44 la Compagnia GGR viene sciolta e il grosso dei suoi uomini inquadrati nella 1^ Div. “Etna” della GNR, una “grande unità” repubblichina che rimarrà solo sulla carta perché ceduta servilmente ai tedeschi e inquadrata nella Flak, la contraerea nazista. Il sig. Tagliaferro, è tra i pochissimi a restare nella GNR, viene infatti trasferito prima al Distaccamento di Longare, comandato dal suo camerata Girolamo Bardella e poi al Distaccamento di Recoaro Terme. Successivamente il sig. Benito Tagliaferro ci racconta di essere stato a Como, Novi Ligure, Vercelli – mai al fronte, probabilmente perché si era appassionato ai rastrellamenti - e infine a Castellazzo Novarese dove, vano l'eroico tentativo di raggiungere e asserragliarsi in Valtellina, “circa 3000 uomini bene armati” sono costretti, ancora in pianura, ad arrendersi ai Partigiani, ed attendere per ben 18 giorni l’arrivo degli Alleati, che a loro volta li imprigionano per quasi un anno, anche in Africa, sino all’aprile ’46.
Per soddisfare la richiesta del sig. Benito Tagliaferro che ci chiedeva di conoscere le nostre fonti documentarie “per dire di una paga sostanziosa i quattro soldi della paga militare”, buste paga alla mano, gli rammentiamo che un milite semplice della GNR nel febbraio ’45 percepiva 1.100 £ire nette al mese (soldo mensile di £360 + indennità di guerra mensile fissa di £750), più 700-800£ per indennità alloggio e razione viveri se non accasermato, più premi “una tantum”, anche di 1.000£, a rastrellamento. Nello stesso mese, la paga di un soldato dell’esercito repubblichino toccava a malapena le 500 £, la paga di un operaio della “Polveriera” SAREB di Montecchio Precalcino variava per specializzazione dalle 500 alle 900 £ e la paga di un operaio specializzato delle Smalterie di Bassano le 1.200£.
Per quanto riguarda le “le 14 righe annullate a tutti gli effetti con un tratto di penna” dal “Foglio Matricolare” del sig. Benito Tagliaferro, pensiamo non si potesse fare altrimenti: la RSI era uno degli stati fantoccio del Terzo Reich, da nessuno riconosciuto se non dalla Germania, dal Giappone e dagli altri suoi simili; inoltre, l’aver militato nelle fila della milizia del partito fascista repubblichino o in qualunque altro reparto della RSI, rende inaccettabile, sotto ogni profilo - storico, civile e morale - un riconoscimento, una qual si voglia equiparazione con chi ha combattuto contro il nazi-fascismo.
La Repubblica nata dalla Resistenza è comunque stata magnanima con il sig. Benito Tagliaferro, lo ha prima di tutto amnistiato, che non è poco, per poi permettergli di riabilitarsi vestendo per un anno la divisa del glorioso Corpo degli Alpini: chiamato alle armi nell’Esercito Italiano il 9 settembre 1946, è arruolato nel 6° Regg. Alpini, Btg. “Bolzano”, e congedato Caporal Maggiore il 26 agosto 1947. In questo suo anno di “naja” non ha certamente percepito la paga sostanziosa che percepiva durante la RSI, ma questa volta veramente, “solo i quattro soldi della paga militare”.
Per quanto riguarda le offese che il sig. Benito Tagliaferro liberamente distribuisce, gli rammentiamo che da “novelli storici” le nostre affermazioni sono sempre documentate e confermate da più fonti, spesso di origine repubblichina; viceversa, sono le sue fonti molto discutibili. Un esempio? Nei siti internet a cura di “L’altra verità” (www.inilossum.eu) e di “ControStoria” (www.controstoria.it), negli elenchi dei discutibili 45.677 e/o 45.358 “Caduti e Dispersi della RSI”, ad un veloce e parziale controllo, tra gli ipotetici 488 e/o 534 caduti e dispersi nel vicentino, troviamo conteggiati tra gli altri anche: Ambrosini Renato, Partigiano di Canove tra i trucidati dai tedeschi a Foza; Aquilino Luigi, Partigiano massacrato dalla 22^ brigata nera a Vicenza; Meneguzzo Marino, vecchio socialista e Partigiano della Brigata “Rosselli” di Valdagno, fucilato dai tedeschi a Valli; Dall'Osto Antonio di Rita, da Montecchio Precalcino, Comandante Partigiano caduto nella Liberazione di Torino, colpito da un cecchino fascista; i cugini Bortoli Silvano e Zefferino, con Zamunaro Narciso, tre Partigiani caduti in combattimento contro i tedeschi il 24.4.45 sugli argini del Bachiglione a Montegaldella; Passamai Giacomo, Partigiano di Marostica infiltrato nella polizia repubblichina, ucciso per vendetta dai fascisti dopo l'esecuzione del capitano Polga; serg. Rizzetto Sergio, Toniazzo Giovanni e Zoso Virginio, soldati del R. Esercito uccisi dai tedeschi subito dopo l'8.9.43; Capuzzo Dolcetta Giulio, primo commissario prefettizio della RSI a Vicenza, non giustiziato, ma morto d'infarto in un “casino”; ammiraglio Legnani Antonio, non giustiziato dai Partigiani, ma morto in un incidente stradale causato da eccesso d'alcol e cocaina; Rinacchia Vincenzo, non morto nell'eccidio di Schio, ma solo ferito; Frigo Fortunato, non giustiziato, ma incriminato dalla Corte d'Assise Straordinaria di Vicenza nel settembre '45 e deferito alla Commissione Illeciti Arricchimenti nell'ottobre '45; Pavin Edoardo non fucilato dagli antifascisti, ma da un camerata tedesco ubriaco; e ancora Bissolotti Cesare, Casanova Pietro, Dal Zotto Anselmo, Gatto Giacomo, Gozzi Angelo, Munari Leonida, Piccoli Attilio, Savegnago Angelo, Segalla Giovanni, Stecco Alfonso, Viaggio Emanuele, Zini Alvise, non “caduti o fucilati”, ma ancora vivi e vegeti nei mesi successivi al presunto eroico decesso o fucilazione; Maestrini Angelo, vice comandante GNR di Vicenza, non disperso a Recoaro, ma “scappato con la cassa” in Argentina; Zito Giuseppe, non disperso, ma semplicemente ha disertato come la gran parte dei quasi 100 “dispersi” della RSI nel vicentino...... E poi molte morti dubbie o contrastanti come nel caso di Bonifaci Narciso ed Egidio, Brighenti Mario, Marchesini Giorgio, Marchioretto Igino, Marchioro Antonio. Minozzo Marco, Penna Giovanni, Soldà Gino, Stocco Gasparini Bassan, ......; oppure caduti particolarmente importanti, ma proprio per questo ripetuti più volte, come: Biaggioni Luigi, Bicci Guido, Brosi Luigi, Biaggioni Luigi, Candia Giuseppe, Cavalieri Enrico, Cecchi Umberto, Clementi Maria, Garafoni Guido, Granata Vincenzo, Moschi Germano, .....
Alla faccia della “rigorosa documentazione necessaria a conoscere la verità”!
Infine, a voler essere generosi e magnanimi con il signor Benito Tagliaferro, in rispetto soprattutto della sua età, ci auguriamo che come hanno fatto tutti gli uomini di buona volontà, sappia prendere insegnamento dalla storia. E prima di cimentarsi nuovamente in personalissime revisioni di vicende storiche e dei suoi protagonisti, impari (non è mai troppo tardi…) a confrontarsi con le contraddizioni della propria storia.
Per Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli”
Pierluigi Dossi
Mitt. Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli”
Via Stivanelle, 10
36030 Montecchio Precalcino
tel. 348.3580316
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