In questo botta e risposta due stili differenti. Calearo lascia il PD con un comunicato stampa. Gli risponde il segretario provinciale Ginato con una  lettera agli iscritti vicentini al PD.

 

POLITICA. Il parlamentare vicentino: «Il partito non corrisponde più alla mia storia personale»

L’ha già comunicato a Bersani
Cacciari: «Lo capisco». Filippin: «Allora si dimetta pure da deputato»

Massimo Calearo è pronto a lasciare il Partito democratico. La notizia è rimbalzata ieri pomeriggio su tutti i siti di informazione, a coronamento di voci che si erano inseguite da tempo durante la sfida per la segreteria nazionale in cui il deputato vicentino aveva appoggiato il segretario uscente Dario Franceschini. «Massimo Calearo starebbe per lasciare il Partito democratico. A quanto apprende l'Adnkronos - riporta il portale dell’agenzia che per primo ha dato la notizia e che segue anche le relazioni con la stampa del deputato vicentino - avrebbe già annunciato la sua intenzione al segretario, Pierluigi Bersani, al quale avrebbe spiegato che l'attuale Pd non corrisponderebbe più alla sua storia personale e, soprattutto, al progetto di Veltroni di un partito moderato e riformatore».
«Decidere è una questione di ore. Io non vengo dalla politica e non ho i tempi biblici dei partiti. Chiedo i tempi normali della gente. Diciamo che decido entro 72 ore», aveva dichiarato martedì al nostro giornale l’ex presidente di Federmeccanica e di Assindustria berica che un anno fa era stato indicato come capolista per il Pd in terra veneta dall’allora segretario nazionale Walter Veltroni. E ora appunto la decisione sta per essere ufficializzata.
«L'ex presidente di Federmeccanica ha comunicato al segretario Bersani l'intenzione: “Il Pd non corrisponde più alla mia storia personale e soprattutto al progetto di Veltroni di un partito moderato e riformatore”» riporta sempre l’agenzia Adnkronos.
La decisione insomma sarebbe presa. La prima reazione locale è quella di Rosanna Filippin, candidata segretario regionale del Pd: «Se la notizia sarà confermata, mi auguro che abbia verso gli elettori del Pd il rispetto di dimettersi da deputato». Su questa argomentazione peraltro lo stesso Calearo nei giorni scorsi aveva dichiarato: «Se dovesse succedere, resto alla Camera. Ne ho parlato con gli amici personali, quelli che mi hanno votato nel Pd anche se la pensano diversamente. Ho chiesto: devo tornare a fare solo l’imprenditore? Mi hanno convinto che devo insistere. I tempi sono di grande cambiamento. Bisogna esserci».
E le notizie di agenzia ieri collegavano la fuoriuscita dal Pd di Calearo a quella, annunciata alcuni giorni fa, da Francesco Rutelli: «Rutelli - sono sempre dichiarazioni di Calearo al nostro giornale tre giorni fa - può portare a una nuova formazione il voto di delusi del centrodestra, in funzione di un cambiamento del governo nazionale. L’obiettivo di Rutelli deve essere portare via voti al centrodestra, non al Partito democratico». Intanto, mentre il sen. Paolo Giaretta (Pd) giudica la scelta «un errore», Massimo Cacciari sindaco di Venezia dichiara di capire Calearo, l’on. Giustina Destro si augura che l’imprenditore vicentino entri nel Pdl e Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento, vede in questo un segnale di «evoluzione del quadro politico».

 


Questa la lettera spedita da Federico Ginato a Massimo Calearo

All’on. Massimo Calearo Ciman
e p.c. Ai coordinatori di Circolo
Ai coordinatori di Zona
Ai componenti Assemblea Provinciale
Ai componenti Assemblea Nazionale
Ai componenti Assemblea Regionale

Caro Massimo,
mi permetto di scriverti alcune righe all’indomani della tua decisione di lasciare il Partito Democratico e, nel farlo, cercherò anche di interpretare i sentimenti degli iscritti e degli elettori che ti hanno votato non più tardi di un anno e mezzo fa.
Quando Walter Veltroni annunciò la tua candidatura al Parlamento più di qualcuno nel PD rimase letteralmente incredulo perché sembrava inconcepibile che un confindustriale di peso, addirittura un “falco” nelle trattative con i sindacati, venisse candidato, come capolista, da un
partito di sinistra. Molti di noi però giustificarono e approvarono la scelta: se il PD voleva e vuole essere un partito del lavoro, oltre che di tanti altri valori, deve anche rappresentare adeguatamente il mondo imprenditoriale.
Quante volte abbiamo detto che la ricchezza del partito sta non solo nella pluralità delle culture che lo hanno fondato ma anche nelle biografie, necessariamente diverse, delle persone che hanno deciso di aderirvi? Innumerevoli.
In questi mesi non ci siamo pentiti della scelta, lavorando fianco a fianco abbiamo imparato a conoscerci, ad apprezzare il tuo impegno e ad accettare anche quegli aspetti del tuo agire che magari si conciliano meglio ad un consiglio di amministrazione che ad un partito.
Ora, nel mezzo di un percorso ancora lungo, difficile ma non privo di soddisfazioni (e penso al successo di partecipazione delle ultime primarie) arriva la tua decisione di lasciare il PD per andare, presumo, nel gruppo misto della Camera. La giustificazione, mi par di capire, è “che il PD non è più quello di Veltroni ma sta prendendo una deriva socialdemocratica che lo porta lontano dal mondo imprenditoriale.”
Sulla base di queste tue dichiarazioni, mi sento di esprimerti alcune considerazioni che per  ragioni di sintesi preferisco esporre per punti:
1. Quando un esponente politico perde una battaglia congressuale non abbandona il partito lamentandosi del fatto che il partito non ha avuto la lungimiranza per seguirlo, ma lavora ancor più per dimostrare la validità delle proprie idee.
2. Non credo che il PD stia seguendo una deriva socialdemocratica se con “deriva socialdemocratica” intendi la volontà di costruire un partito che non riconosca e non valorizzi le altre culture fondative: cattolico-democratica, ambientalista, liberal-democratica, ecc. Vorrei però sottolineare che partiti socialdemocratici, nelle varie accezioni nazionali, hanno guidato e guidano grandi paesi europei (Spagna, Inghilterra) anche per i risultati che hanno saputo conseguire in campo economico.
3. Per quanto riguarda i rapporti con gli imprenditori, c’è inoltre da aggiungere che Bersani è sicuramente uno degli interlocutori più attrezzati per dialogare con loro (non è il caso di ripercorrere qui la sua biografia politica ed i suoi rapporti con il mondo economico).
4. Non ci sono elementi per dire adesso, come ha fatto Rutelli, che il progetto del PD sia fallito. Almeno che Rutelli non confonda i suoi fallimenti personali con quelli del partito che, con non poche titubanze, ha contribuito a fondare. Rutelli avrebbe avuto più coraggio,
lui che “coraggioso” lo è da sempre, se avesse ammesso che nel progetto ha creduto solamente nella misura in cui poteva consentirgli di ridiventare sindaco di Roma.
5. Sono convinto che si sia tornato a parlare di “nuovo centro” non tanto perché il PD è in crisi ma perché, esattamente al contrario, ad essere in crisi è il PDL. Chi lavora ad un progetto “centrista”, cioè, lo fa perché spera o crede in uno smottamento degli attuali assetti partitici del centrodestra, e segnali che si vada in questo direzione ce ne sono già in abbondanza.

Arrivati a questo punto, caro Massimo, non c’è molto altro da dire. Ho evitato di rilasciare ai media delle dichiarazioni polemiche per non avallare l’idea che il nostro sia un partito afflitto da una litigiosità perenne ma credo anche che i Democratici vicentini si meritino qualcosa di più di un addio a mezzo stampa.
Cordialmente,
Federico Ginato