Vicentini magnagati
Poichè il titolo di "magnagati" non viene affibiato soltanto ai vicentini di città, pubblichiamo questo articolo apparso oggi sul Giornale di Vicenza che affronta simpaticamente l'argomento
LA CURIOSITÀ. Esce un libro che indaga sul celebre detto popolare
PERCHÉ CI CHIAMANO “VICENTINI MAGNAGATI”
Il volume è per metà una ricerca storica e linguistica sul “blasone popolare” che rivela alcune sorprese E raccoglie tutti i gatti espressione della vicentinità.
Tutto è iniziato per curiosità, ingrediente indispensabile per chi vuol essere davvero un giornalista. Ogni tanto l’interrogativo tornava a far capolino: da dove deriva questa noméa dei “vicentini magnagati”? Cosa c’è all’origine? Chi ha inventato questo detto che mi sono sentito ripetere perfino da un egiziano sul Mar Rosso? E per quale motivo s’è affermato?
Il libro vuol dare un contributo a trovare risposte, a capire. È prima di tutto una ricerca sulle radici storiche e linguistiche, che arriva all’indietro nel tempo sino a cinquecento anni fa, quando questo detto nacque assieme agli altri “blasoni popolari” delle città della “Serenissima”.
Che Vicenza fosse “plena gatellis” lo scriveva già Teofilo Folengo. E lui si trovava in un convento bresciano: si vede che la fama dei gatti vicentini era già arrivata fin lì.
Le sorprese della ricerca non mancano. La più importante è che nel documento più antico (datato 1535, scovato da Manlio Cortelazzo e pubblicato dalla Neri Pozza nel 1995) si abbinano i gatti ai vicentini, il che potrebbe voler dire semplicemente che sono furbi.
Senza accenni alle preferenze gastronomiche. Quelle cui si riferiva, invece, il celebre decreto salva-gatti del prefetto nel 1943 («È vietato uccidere e mangiare gatti») che però non fu emanato solo a Vicenza, bensì in tutte le province d’Italia. Quindi, l’atto che dovrebbe provare in modo inconfutabile la nostra noméa, in realtà non prova niente, perché il divieto fu emanato in tutte le province d’Italia: Virgilio Scapin, che pure ne “I Magnagati” racconta un’altra leggenda sull’origine del detto, trovò e pubblicò su “Il Giornale di Vicenza” il manifesto - identico a quello vicentino - del Comune di Faenza, prefettura di Ravenna
Ho cercato di condurre una ricerca seria e approfondita, verificando le affermazioni, le leggende (senza prove), l’aneddotica popolare, cercando notizie nei racconti di scrittori, incrociando le opinioni e spulciando i dizionari. Ho puntato a coniugare profondità, scientificità e leggibilità.
Sul versante del costume, l’identità Vicenza-gatto si è manifestata, specie negli ultimi cinquant’anni, in un’infinità di espressioni: il gatto diventa simbolo soprattutto dello sport, dal calcio (Gatton Gattoni) alla pallavolo, dal rugby allo sci; ma è ben vivo anche nella musica (l’Anonima Magnagati); è l’emblema del festival ambientalista oppure della rassegna di cartoon, è un dolce, la rassicurante casa degli scout, la rampante insegna di un bar; diventa il titolo di una rivista oppure trasforma il Gioco dell’oca nel “Giro del Gato”.
E per finire anche il teatro a Vicenza, la città del Gatto, è un teatro… felino. Scoprirete perché.
Alla fine mi sono reso conto che questo simpatico micio attraversa, anzi rispecchia, la vita di Vicenza, la racconta, la vive. Sempre silenzioso e felpato, sornione ma attento, pronto a scattare per cogliere l’opportunità. Scusate, ma non è forse questo il carattere dei vicentini? A. D. L.

La copertina del libro riproduce un disegno di Galliano Rosset: il gatto arrampicato sulla colonna di piazza prende il posto del leone di San Marco. Uno scherzoso modo di ironizzare sul simbolo di Vicenza, città del gatto



IL GATTO GIORNALISTA
A Vicenza un gatto è anche il simbolo di un’associazione fondata da giornalisti, la “Vicenza Press”, attiva sul fronte della solidarietà.






«Vicenza deve dedicare un monumento al gatto»
L’idea è un pezzo che frulla nella testa di Giuliano Caratti, il “padre” di Gatton Gattoni, simbolo da quindici anni del Vicenza calcio: «Se Vicenza è simboleggiata da un gatto – si è chiesto – perché non trasformare questo leit-motiv in un simbolo che si possa toccare, insomma in un monumento?» Il vantaggio sarebbe duplice, spiega Caratti. Sarebbe un modo per dare una motivazione concreta all’orgoglio cittadino e anche per offrire ai turisti un motivo in più di ammirare Vicenza, nella sua tradizione più curiosa.
Il progetto è preciso e si ipotizza anche il coinvolgimento di due aziende di primo piano, altrettanti simboli dell’imprenditoria vicentina nei rispettivi settori, come la Bisazza per i mosaici e la Zamperla per la statua. Il monumento, infatti, prevede che il gatto sia rappresentato mentre sta in equilibrio su un gomitolo: una scena simpatica per una statua da tre metri e mezzo. Nelle intenzioni, il gatto dovrebbe essere realizzato con i materiali e le tecniche della Zamperla, le cui giostre sono diffuse in tutto il mondo, mentre il “gomitolo” dovrebbe essere costituito da mosaici della Bisazza.
Si realizzerà il progetto? Caratti se lo augura.
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