Buio a Rovereto, sonno della ragione
Lino Zonin
DUEVILLE
La
luminosa Venezia e la scura Rovereto. In laguna regna il sole, la luce
si specchia nell'acqua e illumina a calli e campielli. Sotto la
montagna del Trentino domina invece la luna, con il suo chiarore
ambiguo e misterioso. Le menti degli uomini si adattano al tono di luce
dell'ambiente in cui vivono e, se a Venezia la vita scorre vacua e
leggera, a Rovereto l'ignoranza e la sua figlia peggiore, la
cattiveria, imperversano.
Con “Il buio a Rovereto", presentato in
prima regionale al teatro Busnelli di Dueville, Pino Costalunga
aggiunge un suo capitolo all'eterna disfida tra la luce e la tenebra.
Il bravo attore vicentino, qui nella tripla veste di autore, regista e
interprete, prende le mosse da una ricerca compiuta da Girolamo
Tartarotti, un illuminista trentino che alla metà del Settecento indagò
su un processo per stregoneria celebrato cent'anni prima nella sua
città. Trovandosi a Venezia e scrivendo ad un amico per raccontare le
spaventose vicende di cui veniva a conoscenza, lo studioso non poteva
fare a meno di rilevare il contrasto tra la luce della città e il buio
della montagna e, per immediata associazione di idee, tra tolleranza e
intransigenza, tra ragione e superstizione.
Pino Costalunga
costruisce la recita partendo dalla semplice lettura del testo. Sta in
piedi davanti al leggio assieme a Valentina Brusaferro, giovane attrice
alla quale affida il compito di rappresentare l'essenza dell'universo
femminile, quella natura che gli uomini faticano a comprendere e che
spesso tentano di sottomettere con la violenza. Due musicisti, Gabriele
Grotto e Stefano Centomo accompagnano la narrazione con ritmi della
batteria e gli accordi della chitarra.
Tutto quello che non si può
controllare mette paura. Il diverso, l'inusuale, lo sfuggente,
l'ambiguo generano angoscia, diffidenza, timore, sospetto. La donna,
con il suo comportamento regolato da esigenze al tempo stesso
affascinanti e misteriose; la luna, corrispettivo astrale del mondo
femminile, entità ombrosa, pallido lume che non riesce a dissipare la
tenebra; il gatto, infido e sfuggente, rapido e inaffidabile.
Sono
elementi che provocano sensazioni arcane e che, triturati in un
crogiuolo assieme alla paura e all'ignoranza, generano odio e sangue.
Le streghe, creature maligne e spaventose, spose del demonio,
sacrileghe utilizzatrici dell'ostia consacrata, procuratrici di aborti,
sfrenate protagoniste di orge contro natura: ecco il prodotto di questo
nefasto meccanismo. Per secoli tante donne sono state perseguitate,
torturate e uccise nel nome di una presunta appartenenza ad un mondo
alieno e malvagio, da combattere e dissipare con una condanna a morte.
Le
povere donne di Rovereto non hanno fatto eccezione. È bastata una lite
più aspra delle altre, qualche accusa, una calunnia sussurrata a mezza
voce per risvegliare l'occhiuto sospetto dell'autorità cittadina, per
imbastire un processo basato su confessioni estorte con la tortura e
per decretare l'orrore di un'esecuzione capitale di massa.
Costalunga
e Brusaferro si alternano nei ruoli di narrazione e di interpretazione
e rendono viva e commovente la vicenda. La musica è parte integrante
della recita e aggiunge pathos allo svilupparsi della narrazione.
Lunghi e convinti applausi, alla fine.
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