Violentò la compagna davanti alla figlia, 6 anni
di Ivano Tolettini
Con una lettera le chiese scusa delle angherie alle quali l’aveva
sottoposta. Violenze fisiche e psicologiche, anche davanti alla
figlioletta di 2 anni, andate avanti per oltre due anni. Una pistola
puntata con la minaccia che se l’avesse lasciato o l’avesse denunciato
l’avrebbe uccisa assieme alla loro bambina. E poi quei rapporti
sessuali estorti con la forza, frutto di un robusto appetito sessuale,
manifestato con l’utilizzo di strumenti, come un vibratore, dei quali
la donna avrebbe voluto farne a meno.
Costano 6 anni di reclusione
l’amore violento e i maltrattamenti, conditi di violenza privata,
minacce e lesioni, a un operaio statunitense L.D.F., 48 anni, di
Dueville (le iniziali sono a tutela della vittima), difeso dagli avv.
Sonia Melissa Negro e Igor Borghettini. Il giudice Eloisa Pesenti (pm
Claudia Dal Martello) condanna l’imputato a risarcire i danni all’ex
convivente, con una provvisionale esecutiva di 50 mila euro e al
pagamento di 3500 euro di spese legali.
Mesi d’inferno tra le pareti
di casa per una convivenza drammatica fino a quando la vicentina non si
rivolse ai carabinieri del luogotenente Peruzza. Era la scorsa
primavera. La poveretta non ne poteva più del suo volgare pressing. Di
lì a qualche giorno il tribunale emise un provvedimento col quale
allontanava l’operaio statunitense da casa. «Vuoi morire? Se mi denunci
succederà, sta attenta perché non scherzo», le ripeteva infuriato.
Quando
scoppiò il caso, sentendo di avere la coda di paglia, l’uomo le inviò
una lettera dal tenore inequivocabile. Le chiedeva scusa. Certo, a suo
dire non era vero che c’erano le violenze sessuali perché lui ha sempre
sostenuto di non averla mai costretta a fare l’amore, ma la versione
della compagna era di tutt’altro tenore. « Un giorno mi strinse le mani
al collo con forza - denunciò -, trascinandomi sul pavimento fino al
poggiolo dell’appartamento, minacciandomi di lanciarmi di sotto». La
donna, in lacrime, raccontò di essere stata picchiata in maniera
sistematica: «Mi offendeva e mi diceva utero in affitto per nostra
figlia, colpendomi al volto, provocando ematomi in varie parti del
corpo. Intollerabile».
Per due anni, fino al 21 maggio quando il
provvedimento venne notificato all’uomo, la vicentina dovette sorbirsi
un comportamento inqualificabile. Testimoniato dalla pesante pena
inflitta dal gip Pesenti, tenuto conto che è scontata di un terzo
perché l’imputato ha ottenuto di essere processato col rito abbreviato
all’udienza preliminare. I difensori Negro e Borghettini hanno
preannunciato il ricorso in appello.
«Più volte mi immobilizzò
dall’alto della sua straripante superiorità fisica - riferì -,
costringendomi a subire atti sessuali completi. Fu molto umiliante e
ancora piango a ripensare alle violenze patite. Arrivò ad afferrarmi
per i capelli, picchiandomi con la carrozzina di mia figlia usata come
un randello». La donna ci pensò più volte prima di rivolgersi ai
carabinieri. Non a caso l’elenco delle accuse parte dal 2004. Del
resto, L.D.F. è il padre di sua figlia e, pur avendo sopportato molto,
se lui avesse cambiato registro forse avrebbe fatto un ulteriore sforzo
per perdonarlo. Ma lo scorso maggio non ne potè più. Dopo essersi
consultata, la donna decise di andare in caserma. Poiché i gravi
episodi si infittivano e la qualità della sua esistenza peggiorava,
aumentando la prostrazione, decise di spezzare quelle catene
psicologiche che la tenevano legata a lui. «Non è stata una decisione
facile, ma non ci sono alternative - disse -, se va avanti così un
giorno o l’altro mi uccide. Ho molta paura».
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