Teatro. Un reading “muscoloso” al Busnelli di Dueville con Dedalofurioso

Shorts, parole inesorabili

di Jacopo
Bulgarini d’Elci

Dueville. Non è mica facile portare in scena le parole di Vitaliano Trevisan. Già non è facile darne lettura: per l'identità forte della lingua; per il ritmo, che ha le sinuosità e le accelerazioni del jazz; per l' intreccio, incalzante, a volte febbricitante, dei molteplici livelli riferiti dalla voce narrante. Figuriamoci scegliere di interpretarle, quelle parole. Così, una prima medaglietta gli scavezzacollo di Dedalofurioso, compagine dedita a quel che si d ice la ricerca teatrale, possono appuntarsela anche solo per l'ardimento.
Shorts, che ha debuttato l'altra sera al Busnelli di Dueville, presenta una selezione, accurata, dei racconti pubblicati da Trevisan nell'omonimo volumetto. Testi brevi, a volte brevissimi, una due o tre pagine: shorts, come i microfilmati, videoclip ante litteram, che più d i mezzo secolo fa introducevano i brani jazzistici. Sul palco, due voci. Quelle di Livio Pacella e Mirko Carta. Con loro il piano di Ian Lawrence Mistrorigo e la batteria di Gabriele Grotto. Diremo oltre della quinta presenza, quella di Simone Longo.
Ora, quando un attore si cimenta nel reading, è facile che la performance assuma i tratti di una prestazione quasi atletica: si dispiega la bella voce, e via di potenza, e sfumature, e intensità. Una prova, diciamo così, muscolare. Due attori, e rischiamo di trovarci per le mani una gara. Lo Shorts targato Dedalofurioso sceglie una strada di diversa.
Quella di un'orchestrazione registicamente forte, che ben utilizza i pochi strumenti a disposizione: appunto, due voci, due musicisti. E, cosa nient'affatto scontata, i testi di Trevisan. Che non sono usati come pretesto.
Ma che anzi, in una prova di sacrosanta umiltà, vengono posti al centro: totem oscuro e potente attorno al quale officiar e una cerimonia di sapore negromantico. Solo a questa condizione voci e strumenti acquisiscono il diritto a dispiegare la propria potenza.
Un esempio chiarirà. Nuvole, shortissima e densissima paginetta, viene riproposto tre volte, in diversi momenti, in modi completamente diversi. È questa la chiave: quasi fossero standard jazzistici, i testi vengono fatti vibrare a trovare ora l'una ora l'altra modalità di lettura. Quel che i performer dicono allo spettatore è: la nostra lettura non sarà neutra; suoneremo Trevisan per farti vedere ora questo, ora quello; ma è la nostra lettura, altre sono possibili. Così, Pacella e Carta possono permettersi una, solo apparente, mancanza di rispetto filologico, mettendoci del loro: enfatizzando radicalmente ora il lirismo (Lagestroemia), ora il grottesco (Anguille profondissime, Caffè), ora l'intreccio dei due (Stars).
Il risultato? Uno spettacolo rigorosissimo, emozionante, coinvolgente, misurato anche nell'eccesso. L'orrore, la nausea, il sospiro, l'angoscia lucido-paranoica dello scrittore emergono con forza assoluta: così come il comico, il ghigno, quando l'occasione, cioè la pagina, e la vita, lo consente.
Brillante, in questo senso, la presenza di Simone Longo: deus ex machina titolis ta, annuncia con ammiccante, spassosissimo scoramento i diversi racconti. Un po' come gli "shorts" facevano con i brani jazz. Mistrorigo e Grotto completano il quadro costruendo una colonna sonora perfetta: così integrata da risultare del tutto naturale. E concedendosi anche ricami di affascinante ironia.
Un'ultima nota. C'è, in Trevisan, il senso misterioso e oppressivo dell'inesorab ilità. Come se la parola, e l'azione o lo stato che descrive, una volta data portasse con sé conseguenze ineludibili: altre parole, quelle e solo quelle, altre azioni, altri stati. Senza possibilità di fuga, o di distrazione.
Così è la vita, anche quando non ce ne accorgiamo. Trevisan ha la capacità straordinaria di dircelo; il lavoro di Pacella e soci di portarlo sotto i riflettori.